Keystone
FORT IRWIN
27.03.20 - 12:410
Aggiornamento : 28.03.20 - 11:12

Canada e coronavirus, parla Gardner: «Buone misure, ma sappiamo che ci sarà un picco: è come una guerra»

Ryan Gardner, ex attaccante con un palmarès da brividi, sta affrontando l'emergenza Covid-19 da Fort Irwin

Il 41enne, ex giocatore - tra le altre - di Ambrì e Lugano, ci racconta la situazione in Canada: «Mia sorella lavora in un ospedale vicino a Toronto: per ora non hanno molti casi, ma si sa che aumenteranno»

FORT IRWIN - Né limiti né frontiere per il Covid-19, che sta mettendo in ginocchio l’economia e stravolgendo ogni programma in Europa così come nel resto del Mondo. Non fa eccezione il Canada, che però conta un numero di contagi ancora limitato. Considerando l’enorme vastità del territorio, ad oggi sono circa 3'500 i casi confermati, su una popolazione che s’avvicina ai 40 milioni di abitanti. «Non sono un esperto, ma ho la sensazione che qui si sia fatto tutto quello che si poteva con buone tempistiche», interviene l’ex attaccante di Ambrì e Lugano Ryan Gardner, tornato da qualche anno a vivere nei pressi della sua Toronto. 

Il 41enne, quattro volte campione svizzero e attuale Player Safety Officer per la SIHF, ci racconta di una realtà isolata nella speranza di limitare i danni.
«Già da due settimane qui è tutto chiuso. Scuole, bar, ristoranti: insomma come da voi in Svizzera, sento spesso amici in Ticino e nella vicina Italia. In Canada i ragazzi sono a casa e lo saranno ancora per diverso tempo. Anche le dogane sono chiuse se non per motivi essenziali».

Da notare che Justin Trudeau, premier canadese, è stato il primo capo di un governo in isolamento per il coronavirus. Era accaduto il 12 marzo, dopo che la moglie, di ritorno dall'Europa, aveva mostrato alcuni sintomi.
«Fin dall’inizio sono aumentate le misure di sicurezza e non è esploso il numero dei contagi, ma non si può prevedere come evolverà la situazione. Mia sorella lavora in un ospedale vicino a Toronto: per ora non hanno molti casi, ma sono pronti a ogni evenienza. Sappiamo che arriverà un picco e sarà dura. È brutto da dire ma è come una guerra mondiale, con lo scenario che può cambiare nel giro di pochi giorni o settimane».

Con la tua famiglia come stai vivendo la situazione?
«Adesso ci troviamo nella nostra casa di vacanza a Fort Irwin, una piccola località nell’Ontario, nelle vicinanze dell’Haliburton Lake. Io o mia moglie andiamo di tanto in tanto a fare la spesa, per il resto restiamo isolati. Anche qui, come in America, c’è stato un assalto alla carta igienica… sinceramente non ho capito il perché».

Gardner ha sempre un pensiero anche per il padre Dave - 67enne ex NHL che ha lasciato grandi ricordi anche ad Ambrì -, come pure per il nonno.
«Parlo sempre con papà e gli dico di fare attenzione. Capisco che non è semplice, ma bisogna stare a casa. A tutti serve anche un po’ di tempo per cambiare le proprie abitudini. Mio nonno invece ha 97 anni e vive in una casa anziani. Ora hanno chiuso le porte ai visitatori ed è giusto così».

A livello di sport, negli States così come in Canada, tutto si è fermato dopo i primi casi in NBA.
«Non si poteva fare altrimenti. Ricordo che il 12 marzo dovevo andare con la mia famiglia a vedere Toronto-Nashville per incontrare anche Roman Josi, ma quella partita non si è mai giocata… alla mattina si cominciava a parlare di questa possibilità, poi tutto lo sport si è fermato per davvero. A livello giovanile ci si è allenati ancora giovedì 12, ma dalla mattina seguente c’è stato lo stop definitivo».

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