Keystone
TORONTO
15.02.18 - 12:290
Aggiornamento 16.02.18 - 07:36

Gardner, 20 anni a suon di gol: «C'è stato tutto, ora cerco la mia direzione»

Ryan Gardner, ritiratosi dopo 1075 partite di LNA condite da 715 punti (307 reti), apre il libro dei ricordi: «Fantastico giocare in squadre top che ho potuto aiutare. Smettere? decisione difficile»

TORONTO (Canada) - Quattro titoli di campione svizzero, una Champions League, una Victoria Cup, una Coppa Svizzera e una medaglia d’argento ai Mondiali: questo il palmarès, da mettere i brividi, di Ryan Gardner, che la scorsa settimana ha ufficializzato il ritiro dall’hockey giocato.

Tornato in Canada in attesa di una nuova avventura, l’ormai ex attaccante 39enne - autore di 715 punti (307 gol) in 1'075 partite di LNA - ci ha parlato dei momenti più speciali della sua carriera, presente e futuro. «In questo momento mi trovo a Toronto, vicino ai miei cari, aiuto una scuola di hockey in città e cerco la mia direzione per il post-carriera - spiega Ryan Gardner, primattore per 20 stagioni sul ghiaccio delle piste elvetiche - Mi mancano il Ticino e la Svizzera, dove ho vissuto per più di venti anni: c’è la possibilità di tornare, ma insieme alla mia famiglia vedremo di trovare la miglior soluzione».

È stato difficile decidere di smettere? «Sicuramente. Mentalmente e fisicamente mi sentivo ancora bene, non avevo difficoltà in questo senso. Ad ogni modo sono contento d’aver avuto la possibilità di tornare e finire a Lugano, anche vicino ad Ambrì… dove tutto è cominciato. Sarebbe stato bello continuare ancora un anno, poi basta. Non è andata così: è la vita».

Al termine della scorsa stagione con i bianconeri hai parlato anche con altre squadre? «Sì, ma cambiare ancora, anche per la famiglia - tedesco, italiano, francese… - non era il massimo. Allora abbiamo preso questa decisione. Ora siamo in Canada ed è importante per i figli che possono passare del tempo anche con i nonni e i cugini. Per il futuro vedremo».

La tua carriera, ricca di successi, è stata stupenda. «È stata una fortuna e un privilegio poter giocare tanti anni in Svizzera in posti così belli, in ottime squadre, con grandi allenatori e compagni incredibili. C’è stato tutto. È stato bello non finire col giocare 10-15 partite, allenandosi e basta. In pochi hanno la possibilità di giocare fino a 40 anni: sono stato fortunato di poter giocare in squadre al top che ho potuto aiutare».

20 stagioni in LNA indossando le maglie di Ambrì, Lugano (a due riprese), Zurigo, Berna e Friborgo. Che ricordi hai del primo periodo in Leventina? «All’inizio un po’ di paura, mi sono ritrovato in un altro mondo, confrontato con una nuova lingua, anche se conoscevo già qualcuno perché ero stato 3-4 anni col papà. Larry Huras mi ha aiutato ad entrare negli Élite e poi in prima squadra. Ricordo una squadra bellissima, con Petrov, Di Pietro, Rohlin, Salis... nella mia prima stagione completa eravamo arrivati in finale. Ad Ambrì, piccolo paese, ho dovuto imparare l’italiano: è stato perfetto per iniziare e crescere come uomo e giocatore. Un peccato non aver vinto il titolo, ma la finale è stata indimenticabile per il Ticino, si sentiva un ambiente incredibile, come nei quarti del 2006».

E in quell’occasione Gardner era dall’altra parte della barricata… «Ne parliamo ancora oggi… quella è stata una serie pazzesca (da 3-0 a 3-4 per il Lugano, ndr). I 6 anni a Lugano, dal 2001 al 2007, sono stati eccellenti, con la squadra sempre al top della Lega e giocatori straordinari. Eravamo una squadra unita. Due splendidi titoli in un bel periodo con tanto divertimento».

Dopo Lugano, Gardner è passato ai Lions continuando a vincere. «Campionato, Champions League e Victoria Cup: è stato un grande periodo. A Zurigo è stato ancora qualcosa di nuovo, ho tenuto un livello davvero alto e ho potuto iniziare a giocare con la Nazionale».

Dai Lions agli Orsi, la musica non è cambiata con un nuovo titolo messo in bacheca. «A Berna c’è sempre tanta pressione, si pretende sempre il massimo ed è qualcosa di unico giocare davanti a oltre 17’000 tifosi. Ho ricordi stupendi, il quel periodo è nato anche il mio primo figlio. Nel 2012 però era stato uno shock perdere la finale in casa contro lo Zurigo a gara-7 (2-1, con gol decisivo a 2” dalla fine, ndr). È stato forse il momento più triste, ma sono anche convinto che senza quell’episodio non avremmo vinto il titolo - davvero grandioso - l’anno dopo. Nel 2015 poi è arrivata anche la Coppa Svizzera».

Una carrellata di splendidi ricordi… domanda difficile: qual è quello più bello? «Davvero difficile, in tutte le squadre ho vissuto bellissimi momenti. Posso però dire che le tre settimane al Mondiale in Svezia nel 2013 sono state magiche. 10 partite di altissimo livello, con la conquista dell’argento: tutto il mondo ha visto la Svizzera. Anche la Champions League vinta con lo Zurigo è qualcosa di speciale, nessuno credeva che una squadra svizzera potesse farcela. Poi il primo titolo in assoluto a Lugano, ma anche le Olimpiadi… un ricordo indelebile è la cerimonia d’apertura a Sochi: è stato un qualcosa che non avrei mai creduto di poter vivere nella mia vita».

Parentesi olimpica… come vedi la Svizzera a PyeongChang? Oggi in programma l’esordio contro il Canada. «Anche senza i giocatori della NHL il livello è altissimo: coloro che "approfittano" di queste assenze saranno ancora più motivati e pronti a dare qualcosa in più. La Svizzera ha velocità e buoni portieri, ha la possibilità di fare qualcosa di speciale. Sono contento e non vedo l’ora di poter seguire le partite».

Tornando alla carriera: per te qual è stato l’allenatore più importante? «Non ce n’è uno solo. Il primo è stato Huras, che mi ha dato una possibilità chiedendomi di lavorare duro e trovare il mio ruolo sul ghiaccio. Con lui ad Ambrì è iniziata la mia carriera. Anche gli altri mi hanno aiutato: da Simpson a Zurigo e con la Nazionale, a Törmänen col Berna. Ognuno, con il suo stile, mi ha dato tanto».

Ultime battute sui compagni di mille battaglie. Chi ti ha maggiormente impressionato? «In 20 anni di carriera ho visto l’hockey cambiare. Nummelin, Maneluk, Convery e Metropolit erano eccezionali. Peltonen un grande leader. Giocando e allenandomi con questi campioni sono cresciuto moltissimo. Svizzeri come Conne, Vauclair, Jeannin… Sandy aveva grandi mani e giocava sia in attacco che in difesa. Poi ci sono stati Tavares e Josi nel 2013 a Berna durante il lockout, ma non posso neanche dimenticare di aver giocato con Petrov e Di Pietro… Insomma, davvero tanti campioni con cui sono felice di aver condiviso una parte di carriera», conclude Ryan Gardner.

Commenti
 
sergejville 8 mesi fa su tio
Grande... giocatore, correttissimo ed efficace. E quasi mai in infermeria!
bobà 8 mesi fa su tio
@sergejville Esatto! E spesso faceva il ruolo di stare davanti alla porta a prendere colpi! Veramente un grande
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