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MONTE CARASSO
09.08.17 - 07:000
Aggiornamento : 10.08.17 - 11:46

Roman Botta dice basta: «Sentivo che era giunto il momento di smettere»

L'ormai ex attaccante ticinese si è espresso a proposito della sua carriera da professionista durata 14 anni: «In tutto questo tempo ho trascorso momenti difficili e altri indimenticabili»

MONTE CARASSO - Dopo 14 anni di professionismo - in cui ha difeso i colori di Lugano, Coira, Losanna, La Chaux-de-Fonds, Langnau, Ambrì, Friborgo e Visp - Roman Botta ha deciso di appendere i pattini al chiodo.

L'ormai ex attaccante 33enne ha collezionato nella sua carriera - fra LNA, LNB e Coppa Svizzera - 634 partite condite da 332 punti, vincendo un titolo nel campionato cadetto con il Visp (2014) e sfiorando da rookie quello della massima serie con il Lugano (2004), quando i bianconeri persero in finale contro il Berna.

A livello giovanile invece, Botta ha messo a referto con gli Juniori Elites del Lugano 122 punti in 119 incontri disputati.

Roman Botta, come mai hai deciso di smettere?
«Per vari motivi. Prima di tutto i diversi infortuni rimediati in carriera stavano iniziando a condizionare il mio rendimento. Poi, terminati gli studi in Economia all'Università di Losanna, si è presentata la possibilità di ritornare in Ticino e ho colto l'occasione. Infine ne avevo abbastanza di giocare e sono contento di quello che ho fatto. So cosa ci vuole per restare ad alti livelli e sentivo molto semplicemente che era giunto il momento di smettere».

Come giudichi la tua carriera?
«In maniera positiva. Onestamente non avrei mai pensato di poter giocare 14 anni a questi livelli. Sono felice per diversi aspetti: la storia che ho vissuto, il fatto che ho potuto conoscere moltissime persone e poi, sia le esperienze positive che quelle negative - a modo loro - mi hanno permesso di crescere anche a livello umano».

Quali sono i tuoi ricordi più belli?
«Ce ne sono stati moltissimi. A partire dalle giovanili con il Lugano fino all'esperienza con il Visp, che è stata la mia ultima squadra. Ovviamente aver vinto il titolo di LNB con i vallesani nel 2014 è stata un'esperienza molto bella, ma ciò che mi viene in mente è la semifinale dei playoff del 2008 con il La Chaux-de-Fonds. Eravamo approdati all'ultimo atto battendo il Losanna, capovolgendo la serie dallo 0-3 al 4-3. In occasione di gara-7, in trasferta, avevamo 14 bus di tifosi al seguito, mentre al nostro ritorno 3'000 spettatori hanno atteso la squadra alla pista intonando poi il nome di ogni giocatore. Tra l'altro ho potuto vivere questo momento con il mio grande amico Alain Pasqualino».

Hai giocato sia nel Lugano che nell'Ambrì... parlami un po' delle due squadre...
«Sono due realtà con mentalità opposte. Quando ho vissuto l'esperienza a Lugano eravamo pochi ticinesi in squadra e dopo Sannitz sono stato, insieme a Mattia Bianchi, uno dei primi giovani provenienti dal settore giovanile bianconero a giocare regolarmente in Prima Squadra. Chiaramente non è stato semplice, ma è comunque stata un'esperienza unica. Quando ho militato nell'Ambrì invece, nel gruppo erano presenti tanti ticinesi. Avevo inoltre un'età diversa (dai 25 ai 29 anni, ndr), ero più maturo e ovviamente ho potuto vivere questa avventura in un modo più completo. Posso dire di essermi tolto le mie soddisfazioni con entrambe le squadre».

Com'è cambiato l'hockey da quando hai iniziato?
«Ho sempre avuto modo di confrontarmi con un livello di gioco molto alto. Non è mai stato semplice giocare, per questo motivo è difficile dire se ci sia stato un grande cambiamento. Sono però mutati notevolmente i metodi di allenamento: una quindicina di anni fa ci si allenava molto di più con i pesi e si faceva tanta bicicletta, mentre negli ultimi tempi questo sistema è cambiato. Si va sempre in palestra, ma si praticano altri esercizi: si lavora maggiormente sulla mobilità, si svolgono esercizi specifici e anche nel periodo estivo si va di più sul ghiaccio. Oltre a questo gli allenatori sono più professionali e di riflesso hanno migliorato la qualità degli allenamenti».

Hai qualche rimpianto?
«Ho trascorso momenti difficili e altri indimenticabili nella mia carriera, quindi tirando le somme posso dire di non avere rimpianti particolari. Sono una persona che ha sempre preteso qualcosa in più da sé stesso e sicuramente, pur avendo dato sempre il massimo, posso pensare che in qualunque situazione avrei potuto fare meglio. Questa è sempre stata la motivazione che mi ha spinto a migliorare e a cercare di raggiungere obiettivi più alti».

Qual è stato l'avversario più forte contro cui hai giocato?
«Avendo giocato durante due lock-out, uno con il Lugano e uno con l'Ambrì, ce ne sono stati diversi molto forti. Mi viene da dire la coppia Nash-Thornton nel 2004/2005, mentre Tavares e Kane nel 2012/2013. Trovo che questi quattro giocatori riuscivano con facilità a fare la differenza».

E il compagno di squadra?
«Ville Peltonen. Era fortissimo sul ghiaccio, giocava semplice, dava sempre il massimo e per i giovani era un esempio. Trascorreva molto tempo con noi anche fuori dalla pista: è stato una figura importante per la mia crescita e mi ha dato molti consigli».

Cosa farai adesso?
«Ho già iniziato una nuova professione e lavoro presso la Direzione del Dipartimento delle istituzioni».

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