Keystone (foto d'archivio)
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SUPER LEAGUE
20.01.21 - 13:000
Aggiornamento : 21.01.21 - 09:07

«Dieci anni fa il Lugano avrebbe fatto fatica a salvarsi»

Arno Rossini: «Partono i giovani migliori e arrivano stranieri economici».

Meno soldi, meno voglia: così lo spettacolo sparisce.

LUGANO - Sion-Lugano ha ufficialmente riaperto una Super League che sempre più raramente riesce a entusiasmare. C’è l’agonismo, certo, ci sono tensione ed emotività; in quanto a spettacolo, però, è sempre più dura trovarne.

«Vero - è immediatamente intervenuto Arno Rossini - negli ultimi anni la qualità è diminuita parecchio. E questo influisce pesantemente sul rendimento delle squadre. Su quello che riescono e possono fare». 

Siamo al classico “ai miei tempi”?
«No, non si deve andare troppo indietro per ricordare una Super League ben più "difficile" e in grado - al contrario di ora - di fare da serbatoio per la Nazionale. Già solo 5-10 anni fa il livello era molto più alto. Penso alle stagioni del Basilea formato europeo. Di buonissimi giocatori, in quel periodo, in Svizzera ce n'erano parecchi. Ora invece vedo tanti ragazzi limitati tecnicamente e, purtroppo, neppure dominanti fisicamente».

Le due cose non vanno di pari passo?
«No, la prima ha una “causa” economica. Per la seconda ci sono invece colpe evidenti. La prima è figlia della perdita di competitività finanziaria dei nostri club, sempre pronti a lasciar partire i giocatori migliori e a rimpiazzarli con giovani non all’altezza…».

Largo ai giovani, si è sempre detto.
«Vero, ma il discorso ha senso se si guarda alla qualità. Invece la situazione porta i nostri ragazzi migliori a partire presto per l’estero, in cerca di fortuna. Al loro posto, poi, vengono chiamati stranieri economici. Si acquista scommettendo. Ma le scommesse non sempre vanno bene. E in generale, comunque, non aiutano ad alzare il livello del campionato. Anche perché chi arriva spesso è troppo acerbo per essere già “formato” o troppo vecchio per essere determinante. Gli stranieri forti, nell’età giusta, in Svizzera non vengono».

E gli under rossocrociati che vanno in Italia, Francia, Germania… non è un bene?
«Per loro sì, di certo. Per il nostro campionato no. Ma la scelta di partire è comprensibile: muoversi in una squadra media all’estero è molto più utile che stare in una big di Super League. Guardate per esempio Kevin Rüegg, passato dallo Zurigo al Verona. Al Letzigrund avrebbe giocato sempre, al Bentegodi lo fa raramente. Ma se azzecca la partita o riesce a imporsi, lo step successivo per lui è il Milan o l’Inter o la Juve… Fosse rimasto in biancoblù dove sarebbe andato? Forse al Basilea. O magari dopo anni, ormai passato il treno giusto, in una bassa Bundesliga». 

Il problema fisico invece?
«Il nostro pallone è sempre stato “ostico”, a livello continentale, perché la mancanza di qualità era sopperita con un ritmo e una fisicità che le squadre dei grandi campionati non avevano. Ora pure questa caratteristica è svanita».

Ci siamo imborghesiti?
«Abbiamo forse pensato di avere abbastanza qualità da permetterci di diminuire la velocità. Non è così. La realtà è che, da sempre, in allenamento ai giocatori non piace faticare senza palla. Le società, gli staff tecnici, non dovrebbero assecondare la mancanza di “voglia” di qualcuno. Di molti».

Finita l’analisi della crisi, ecco la domanda più difficile: come ne usciamo?
«La Federazione dovrebbe sostenere i club. Dovrebbe aprire i cordoni della borsa per renderli economicamente più stabili. Così facendo qualche buon calciatore in più si potrebbe trattenere. E poi, mi ripeto, si deve tornare a investire pesantemente, soldi ma anche tempo e conoscenze, sui settori giovanili. I nostri non sono produttivi. Mi sapete dire quanti ragazzi formatisi in Ticino sono arrivati al professionismo negli ultimi cinque anni? A me vengono in mente solo Giotto Morandi e Stefano Guidotti… Altrove va un po’ meglio ma la situazione non è comunque rosea. Questo accade anche perché far crescere i giovani è dispendioso, mentre è relativamente semplice rimanere competitivi ingaggiando calciatori già “fatti”. Pur se questi non sono eccelsi».

Basta la fantasia?
«E la competenza. E il Lugano ne è la prova. Con intelligenza e creatività, a Cornaredo hanno infatti saputo mettere insieme una squadra che al momento è terza in classifica. Sono stati bravi. Li si deve applaudire. Hanno grandi meriti, compreso quello di riuscire ad approfittare dei demeriti altrui, come quelli di un Sion pessimo, contro il quale a parer mio hanno perso due punti. Se il campionato fosse stato più competitivo, con quel budget i bianconeri avrebbero tuttavia fatto fatica a salvarsi. Dieci anni fa avrebbero fatto fatica a salvarsi».

Questo vale solo per le piccole però.
«No, anche per lo Young Boys. Quando si parla di mercato “importante”, a Berna si parla solo di cessioni. Gli acquisti, per la maggior parte, riguardano elementi buoni ma non eccezionali pescati da altre realtà nazionali. Dal Thun per esempio. Ma se basta questo per vincere…».

Hai raccontato di un calcio “passato” più spettacolare, capace di accogliere campioni.
«Meno di dieci anni fa qui da noi c’era uno come Mohamed Salah, non dimenticatelo. Lui è di certo il giocatore più forte che ricordi nel nostro campionato. Un giocatore che aveva stupito pure un Rino Gattuso ancora “fresco” di Milan. Me ne chiedeva sempre quando eravamo a Sion. Ma, pur più appetibile di quella attuale perché “abituata” a mandare squadre in Europa, già allora la Super League era solo una tappa di passaggio per i campioni. Un trampolino di lancio. Adesso però non è più neppure quello».

Salah arrivò grazie all’ottimo lavoro di scouting del Basilea. Qual è invece il “prodotto” svizzero che più ha nobilitato il nostro pallone?
«Qui devo andare un po’ più indietro. Dico Heinz Hermann. Cresciuto nei nostri settori giovanili e visto sempre sui nostri campi. In una recente cena mi ha raccontato che, al culmine della sua carriera, fu cercato da squadre tedesche e italiane. Rifiutò anche perché a livello economico e tecnico il nostro pallone era ancora più che competitivo». 

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