Keystone (foto d'archivio)
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L’OSPITE - ARNO ROSSINI
02.09.20 - 08:000
Aggiornamento : 18:09

Lionel fortissimo ma… «Al City egocentrismo e manie di grandezza»

Arno Rossini: «Leo sa da mesi dove giocherà. Guardiola? Ha i grimaldelli giusti».

«L'argentino non esce da una banca per rinchiudersi in un grotto».

BARCELLONA - Lui se ne vuole andare. Lei non è d’accordo. Lui però è stanco di una relazione che si trascina da anni e un bel giorno, fattosi coraggio, saluta, sbatte la porta ed esce definitivamente di scena. 

Se Lionel Messi (il nostro “lui”) e il Barcellona (la nostra “lei") fossero solo fidanzati, allora la loro convivenza sarebbe già finita. Giocatore e club non sono tuttavia una coppia di fatto: da tempo sono sposati. E, in più, periodicamente hanno rinnovato le promesse, scambiandosi effusioni e quattrini. Per questo motivo, bloccato da un contratto vergato nero su bianco, Leo non può semplicemente decidere di cambiare vita. Deve divorziare. Anzi, deve convincere il partner a concedergli il divorzio. 

E qui sta il punto: non è detto che nella telenovela dell’estate, la moglie arrabbiata abbia voglia di autorizzare l’addio del marito.

«Non credo che il Barcellona abbia questa forza», è intervenuto Arno Rossini.

Quella di trattenere Messi?
«Quella di dire: esiste un contratto valido fino al 30 giugno 2021, fino a quel giorno tu rimarrai con noi. Anche a costo di vivere da separati in casa». 

Non fosse aggirabile l’ormai famosa clausola da 700 milioni, il club potrebbe impuntarsi.
«Ne avrebbe il diritto. Ma non sarebbe conveniente. Nel mondo del calcio non è fattibile. Non c’è contratto che tenga: quando un giocatore decide di andarsene, la società è praticamente costretta a cedere. Resistesse, si ritroverebbe con un tesserato scontento, pronto poi a partire comunque gratis alla scadenza dell’accordo. Autorizzare il trasferimento permette invece al club di “rientrare” di qualcosa…». 

Nonostante i depistaggi, possiamo dire che Messi sa già perfettamente dove giocherà l’anno prossimo?
«Senza ombra di dubbio. Lo sa da mesi. Forse inizialmente è stato titubante, ma se ha forzato la mano in maniera tanto netta è perché ha già approfondito il discorso con il suo futuro club. Non si è certo mosso al buio». 

E andrà?
«Al Manchester City credo. A questo punto penso sia quella la società che ha maggiori possibilità di ingaggiarlo».

A noi è rimasta impressa la gigantografia della Pulce sul Duomo di Milano. L’Inter?
«È possibile, certo, ma non so… non sono convinto. E poi mi pare che i nerazzurri avessero “annunciato” pure Tonali, che invece è finito al Milan».

E City sia, allora. Per diventare ancora più ricco, viste le cifre di cui si parla?
«Non esce da una banca per rinchiudersi in un grotto. In Inghilterra entrerà in una super banca. Detto ciò, non si muoverà per i soldi. Quelli, tanti, li avrebbe guadagnati anche in Catalogna. Probabilmente aveva bisogno di nuove sfide, di nuovi stimoli. E se davvero finisse in Premier, le sue motivazioni tornerebbero grandissime». 

Il “10” è fortissimo; da solo non assicura però i successi.
«Ma a Manchester, se alla fine andrà lì, Lionel troverà Guardiola, uno dei pochi tecnici - se non l’unico - che può affrontarlo senza timore reverenziale. L’argentino sarà di sicuro una patata bollente, ma Pep avrà comunque i grimaldelli giusti per farlo calare perfettamente e velocemente in un ambiente difficile e competitivo».

Già perché, è giusto non dimenticarlo, Messi è stratosferico ma a lungo in campo è “assente”.
«Il mister ha l’esperienza e il curriculum per trovargli la collocazione giusta. Per fare in modo che partecipi attivamente al gioco senza perdere lucidità. Prima di avallare l’operazione-Messi, l’allenatore ha di sicuro valutato pro e contro. Ha di sicuro cercato di capire se un innesto del genere sarebbe stato sportivamente vantaggioso». 

Con il fenomeno sudamericano in rosa il City sarà costretto a vincere in Europa.
«Sarà costretto a vincere tutto. Premier, coppette varie e Champions: dei fallimenti non saranno di certo ben digeriti. Se spende tanto, la proprietà vorrà pure i risultati…».

Ecco un dubbio: il forziere dei padroni dei Citizens è pienissimo. Perché, allora, non prendere i 10-15 under-25 più forti del mondo e aprire un ciclo nel giro di due-tre anni? Ingaggiando quelli le possibilità di vincere tanto sarebbero altissime. Più di quelle che ci sono con il solo Messi.
«Prestigio, egocentrismo, manie di grandezza. Lionel è un’icona universalmente riconosciuta. È uno dei giocatori più forti al mondo. Con lui, il presidente del City Khaldun al-Mubarak ha semplicemente scelto la via più “facile” - non per forza la più sensata - per tentare di vincere la Champions. E contemporaneamente ha trovato un altro modo per mostrare la sua ricchezza».

Detto che Messi è anche un investimento, capace di attirare sponsor come mosche…
«Verissimo, ma non è per quello, per fare un attivo, che il City punta Leo. Lo fa per avere immediate possibilità di successo. E per farsi bello sul palcoscenico del pallone».

Come detto, un uomo solo non è sufficiente per arrivare ad alzare delle coppe. Se poi questo è anche carissimo.
«“Sono talmente potente che assumo chi voglio, anche se questa mossa potrebbe, alla lunga, rivelarsi controproducente per il gioco e la crescita della squadra”. Il patron del City potrebbe aver fatto un discorso del genere. Se riuscirà a ingaggiare l’argentino, Khaldun al-Mubarak si toglierà un dispendiosissimo sfizio, guadagnerà visibilità globale e vedrà - nell’immediato - la sua squadra diventare più forte. Sarebbe comunque un triplice colpo. Non riuscirà a vincere nulla? Amen, viste le sue illimitate disponibilità finanziarie, in futuro potrà comunque permettersi di percorrere altre strade. Nel frattempo avrà un trofeo, Lionel Messi, da esibire. E l’ego...».

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