Keystone (foto d'archivio)
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L’OSPITE - ARNO ROSSINI
26.08.20 - 08:000
Aggiornamento : 23:15

«Se si fanno acquisti nelle boutique rinomate invece che nelle botteghe…»

Perché strapagare chi potrebbe non fare la differenza? «Il mercato, nel calcio, è anche immagine. È anche scommessa».

Arno Rossini: «Pagando fior di quattrini, i dirigenti scaricano la responsabilità di eventuali risultati negativi su altri»

LISBONA - Nella finale di Champions League di Lisbona si sono incrociate una squadra che ha speso tantissimo e una che ha speso “solo” tanto. Ha vinto la seconda, quella che, non facendosi sempre ammaliare dal nome, negli anni ha puntato anche su giocatori funzionali. Ha puntato anche sui prodotti della casa. Così funziona al Bayern dove, pur ricchissimi, hanno capito che i soldi da soli non bastano per raggiungere dei traguardi.

«In Baviera non si sono mai fatti mancare acquisti importanti - ha sottolineato Arno Rossini - quando c’è stato da spendere lo hanno fatto. Raramente hanno sperperato però, questo è vero…».

Ci sono giocatori che costano uno sproposito. Ma tolti i primi cinque-dieci al mondo, quelli che sono anche simboli e incredibili uomini immagine, per nessuno si dovrebbero pagare decine di milioni di euro.
«I fenomeni costano. Ma i fenomeni sono pochi. Sono d’accordo: tolti i Ronaldo, i Messi, i Neymar… per gli altri grandi spese non sono giustificate. Ha più senso prendere giovani funzionali per la tua squadra piuttosto che campioni già affermati in altri contesti. E che quindi non sai veramente quanto possono rendere in casa tua». 

Tutto perfetto. Allora perché si valutano Coutinho e Dybala, giusto per citarne un paio, oltre 100 milioni di euro?
«Se si fanno acquisti nelle boutique rinomate invece che nelle botteghe…».

La “marca” si paga a caro prezzo?
«Esatto, e come detto senza la certezza che poi un capo “di grido” ti faccia fare una bella figura. Magari spendendo meno in un negozio non luccicante si riesce a portare a casa un vestito che ci sta meglio».

Assodato ciò, perché i presidenti e i direttori sportivi continuano allora a servirsi nelle boutique?
«Perché il mercato, nel calcio, è anche immagine. È anche scommessa. Prima di tutto, ingaggiando un giocatore che ha fatto benissimo in un’altra grande squadra si hanno comunque maggiori possibilità di portarsi a casa un campione. E secondo… ai tifosi si deve “dare” qualcosa. E acquistare un nome importante fa sempre rumore. E fa vendere magliette. E poi c’è un altro aspetto da non sottovalutare: pagando fior di quattrini, i dirigenti rendono forte la loro posizione, scaricando la responsabilità di eventuali risultati negativi su altri».

Sull’allenatore?
«Perfetto. Se una società spende tanto e poi non vince, non è difficile indicare il “colpevole” del fallimento in chi non ha saputo far fruttare una rosa importante. Senza un mercato sontuoso in molti sarebbero invece esposti a critiche».

Cambiando molto e rischiando a ogni operazione le possibilità di primeggiare però diminuiscono.
«E qui calza alla perfezione l’esempio del Bayern. I bavaresi hanno possibilità economiche quasi illimitate ma non partecipano mai ad aste. Non è nella loro politica. Spendono tanto, è vero, ma puntano spesso anche sui giovani da formare». 

La scommessa di prima?
«Sì. La differenza è che con i soldi impegnati per un presunto campione - e stiamo sempre parlando degli ottimi giocatori, non dei fenomeni - puoi ingaggiare dieci giovani. Il presunto campione magari fa cilecca; i ragazzi che hai provato no, non tutti almeno se sei bravo nello scouting. E basta che ne esplodano un paio per far sì che il tuo investimento torni con gli interessi».

Coman?
«È un esempio. Il Bayern l’ha strappato alla Juve per meno di 30 milioni, qualche anno fa. L’ha coccolato e fatto crescere. Ora la sua quotazione è lievitata. E come lui in Baviera ce ne sono molti altri». 

I nuovi campioni d’Europa sono semplicemente più furbi dei rivali?
«No, hanno un progetto migliore. Più solido. E la certezza di essere competitivi a livello nazionale anche negli anni meno felici. Questa “sicurezza”, il fatto di sapere che comunque il campionato puoi solo perderlo, aiuta non poco».

Sicurezze del genere, pressioni non gigantesche, ce l’hanno pure i club medi, quelli che non possono vincere titoli ma neppure retrocedere. Eppure sono pochi quelli con il bilancio in attivo.
«Quelli che hanno buoni dirigenti con il calcio fanno grandi affari. Mi viene in mente l’Udinese dei Pozzo, che da anni compra a poco in giro per il mondo e poi rivende a molto. O anche l’Atalanta».

Che in più si è stabilita nel gotha del pallone italiano.
«I Percassi stanno facendo grandi cose. Hanno scelto uomini in gamba come Sartori o Gasperini per indirizzare il loro progetto e stanno raccogliendo i risultati. Sia in campo sportivo che economico. A quei livelli non ci si deve far prendere dalla megalomania e non si deve avere fretta. Se ci si riesce e si hanno le idee chiare, poi si può crescere molto. All’Atalanta probabilmente pagheranno lo stadio con qualche plusvalenza...».

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