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TORINO
09.04.20 - 06:000
Aggiornamento : 10.04.20 - 18:47

Tsunami coronavirus: «Colpiti anche atleti al top della forma. Rugani? Ora sta bene»

La parola a Davide Torchia, agente di Daniele Rugani, primo caso ufficiale di coronavirus in Serie A.

Il procuratore ci ha parlato dell’esperienza vissuta dal suo assistito e delle possibili conseguenze del Covid-19 sul calciomercato: «Da agente dovrei fare il tifo per le spese folli, ma ora non è così».

TORINO - «Invito tutti a rispettare le regole, perché questo virus non fa distinzioni! Facciamolo per noi stessi, per i nostri cari e per chi ci circonda. Grazie». Era la notte del 12 marzo quando Daniele Rugani, 25enne difensore della Juventus, lanciava questo messaggio sui social per tranquillizzare i tifosi. Da poche ore si era inevitabilmente materializzato un incubo per il calcio italiano, con il primo caso ufficiale di coronavirus tra i giocatori di Serie A. Da qualche giorno si era invece già fermato il campionato, tutt’ora in un limbo tra dubbi e incertezze.

Davide Torchia, agente di Rugani, ci ha raccontato l’esperienza vissuta dal suo assistito e parlato delle possibili conseguenze del Covid-19 sul calciomercato.
«Daniele ora sta bene, dal primo momento è stato molto responsabile e grazie al suo essere coscienzioso si è potuta evitare una situazione più grave - interviene Davide Torchia, procuratore con alle spalle anche una carriera come portiere - Si parla di primo caso ufficiale proprio perché sono stati eseguiti i test: non so quanti altri, in quelle condizioni, siano stati sottoposti a tampone. Daniele aveva solo poche linee di febbre: 37.4 per un pomeriggio e il giorno dopo si era già ristabilito. Nessun problema respiratorio né altro. La Juve ha però avuto la prontezza di eseguire i controlli e da lì è emerso il caso».

Per tutti è stata una scossa.
«Questo sì, ha mostrato chiaramente la problematica del virus. In molti, all’inizio, pensavano che essere giovani fosse come un vaccino… invece non è così. Anche atleti al top della condizione ne vengono colpiti. Poi cambiano magari le modalità. C’è chi lo affronta in una forma lieve e chi invece ne viene travolto. Abbiamo presto compreso anche cosa vuol dire essere asintomatico, con i problemi che ne possono scaturire in termini di diffusione. Proprio per questo è stato saggio affrontare una lunga quarantena e, nel caso, prevenire i rischi allungandone la durata».

Dopo la positività di Rugani c’era stata apprensione anche per la sua compagna, Michela Persico. La modella e conduttrice, pure lei positiva, aveva rivelato di essere incinta e di avere paura.
«La preoccupazione maggiore era proprio quella, ma i dottori l’hanno presto rassicurata. Rugani al J Hotel e Michela Persico a casa: hanno affrontato separatamente la quarantena e prima di rivedersi passerà ancora un po’ di tempo».

Passiamo alle questioni di campo. La situazione è difficile, ma l’UEFA non ha ancora gettato la spugna. La speranza è quella di riprendere e poter finire i campionati. 
«Non si vuole mancare di rispetto a nessuno, ma credo sia normale fare piani e previsioni seppur con la consapevolezza che questi possano rapidamente cambiare. L’onda del virus sarà lunga, ma un giorno si spera di poter tornare in campo e, gradualmente, riportare anche la gente allo stadio».

In questo momento ci sono diverse correnti di pensiero. Per lei i calciatori vorrebbero tornare in campo?
«Mettiamola così: il calcio manca a tutti, anche a chi non lo gioca ma si limita a seguirlo. Figuriamoci a dei calciatori innamorati di questo sport. Tutti noi siamo partiti da una semplice passione e abbiamo avuto la fortuna di trasformarla nel nostro mestiere. Adesso non è possibile e il calcio va lasciato da parte, ma quando ci saranno le condizioni a tutti piacerebbe giocare anche tre partite al giorno. Ovviamente ogni discorso è subordinato alle indicazioni degli esperti e degli organi competenti».

Capitolo mercato. Per i bilanci delle società il coronavirus sarà come uno tsunami. Cosa dobbiamo aspettarci? Da agente, in questo periodo, come si lavora?
«Con i club e i dirigenti si parla ancora costantemente, ma prima di andare a toccare le rose bisognerà valutare tutti i bilanci. Alla fine di questa emergenza credo che le valutazioni saranno inevitabilmente riviste verso il basso. Ad oggi leggo ancora cifre che mi lasciano un po’ perplesso. Rispetto a tre mesi fa è difficile dare un sostanziale valore a un giocatore. Si rischia di pagare 110 milioni qualcuno che ora ne potrebbe valere 70. Non per un discorso tecnico, ma per la situazione venutasi a creare. Insomma bisognerà toccare con mano i numeri della crisi». 

In tutta Europa - e di fatto in tutti gli sport - ci sono club che rischiano di fallire. In qualche modo bisognerà cercare di limitare i danni.
«Da agente dovrei fare il tifo per le spese folli, ma sto nel mondo del calcio da più di 40 anni e, se vogliamo che il giocattolo non si rompa, tutti quanti dobbiamo renderci conto della situazione. È capitato qualcosa che ha portato via migliaia di vite e bloccato completamente l'economia. È normale che si vada in contro a dei cambiamenti. Penso che si possa aprire un mercato basato maggiormente su scambi e prestiti. Bisognerà inventarsi qualcosa, essere bravi e brillanti».

Insomma il cosiddetto “effetto Neymar”, con i prezzi esplosi dall’estate 2017 - dopo che il PSG pagò 222 milioni per la clausola rescissoria di O Ney - verrà probabilmente cancellato dal Covid-19.
«Diciamo che c’era stato uno spartiacque, poi cavalcato da tanti. I costi erano lievitati e, effettivamente, si erano raggiunte valutazioni molto elevate. Il tutto anche grazie ai maggiori ricavi dei club. Nessuno si sveglia e inventa un prezzo. Le cifre vanno accettate dal mercato. Anche in Italia in questi anni ci sono state delle operazioni che sembravano impossibili: pensiamo all’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve».

Ultime battute proprio sui bianconeri, che hanno tracciato la rotta con un’intesa tra club, giocatori e tecnici (tagliati 90 milioni di stipendi).
«Questo nasce dalla fiducia reciproca tra il club e tutti i dipendenti. Con la rinuncia di 4 mensilità si guarda al bene di tutta l’azienda e non al semplice interesse personale. Stile Juve? Io non parlo di stile Juve, ma è un dare e avere».

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