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L'OSPITE - ARNO ROSSINI
19.06.19 - 12:120
Aggiornamento : 15:01

Quello "Speravo di morire" di Francesco Totti, dirigente (forse) inadatto

E se, calciatore fantastico, dietro la poltrona il Pupone è semplicemente stato modesto? Arno Rossini: «Situazione evitabile. Ci fosse stata chiarezza...»

ROMA (Italia) - "Speravo di morire", ha confessato Francesco Totti mentre, in una partecipatissima conferenza stampa, ha motivato il suo addio alla Roma. Società amata, servita e... affondata a cannonate tra rivelazioni e accuse. Il figlio prediletto, il Pupone, si è sentito tradito e abbandonato dai dirigenti, che l'hanno solo fatto sventolare come una bandiera. Lui avrebbe voluto essere efficace dietro la scrivania come lo era stato in campo. Avrebbe voluto segnare le sorti giallorosse con un contratto, con un acquisto, come faceva sul rettangolo verde con un colpo di tacco o un gol d'autore. E Pallotta e soci non gliel'hanno permesso.

In una storia triste e caotica, molti hanno scelto buoni e cattivi, molti hanno deciso di mettere un contendente - solitamente Totti - dalla parte della ragione e l'altro - la società - dalla parte del torto.

«Ma non è così, non può essere così - ha sottolineato Arno Rossini - In tutta questa situazione non ci sono un giusto e uno sbagliato, non ci sono un vincitore e uno sconfitto. C'è solo tanto caos».

Totti non avrebbe dovuto tirar bordate alla società?
«Lui ha fatto quello che si sentiva. È stato il popolo giallorosso ad aver sbagliato: credo che, invece che schierarsi completamente dalla parte dell'ex capitano, avrebbe dovuto provare a mettersi anche nei panni del club».

Per arrivare a quale conclusione?
«Il Francesco calciatore non si può discutere. È stato uno dei più grandi degli ultimi 30 anni. Ma il Francesco direttore tecnico come sarebbe stato?».

Era all'inizio.
«E tu capo d'azienda - facendo finta per un attimo che non si stia parlando di Totti - permetti a un tuo uomo "all'inizio" di assumere una carica importante e decisiva nella tua società? Penso che prima di affidare un ruolo chiave a un elemento, ti assicuri che questo sia bravo, preparato».

E il Pupone era preparato?
«Tu capo d'azienda, se hai un elemento bravo e preparato, non gli permetti di rivestire un ruolo chiave della tua società? Evidentemente Totti non era pronto o in grado di occupare una posizione di prestigio nella sua Roma. È stato un calciatore fantastico. Per essere un buon dirigente avrebbe dovuto lavorare, studiare e partire dal basso. Probabilmente non lo ha fatto...».

Avevano per lui pensato al ruolo di uomo immagine.
«Probabilmente però questa cosa non gli è mai stata comunicata. Da qui il malinteso. Da qui il nervosismo e il rumoroso divorzio».

In fondo molti ex calciatori fanno solo le bandiere. O magari sono addirittura fuori dai giochi.
«Ma sì. Guardate Del Piero con la Juventus. O Maldini al Milan prima dell'ultimo anno. O ancora Gerrard, Lampard, Terry... Dove non c'è la cultura del figlioccio, tanti problemi non se ne fanno. Il guaio è che è mancata chiarezza. E quando non c'è chiarezza... Vuoi dare al tuo pupillo un ruolo di rappresentanza? Non devi fare altro che dirlo senza giri di parole. Se lasci qualche dubbio, crei solo confusione. Alla Roma, dove l'ambiente è particolare, avevano un solo problema. Ora ne hanno cinquanta».

Totti fuori... si può pensare che i giallorossi si siano levati un bel peso?
«Assolutamente. Seppur uscita in maniera caotica, una figura ingombrante non intralcerà più i piani societari. Il club potrebbe aver - dolorosamente - voltato pagina ed essere pronto per diventare moderno. Per quanto riguarda invece i tifosi... all'inizio ci sarà di sicuro contestazione; con il passare del tempo però tutto si tranquillizzerà. I nostalgici ci saranno sempre, ma la maggior parte dei supporter ricomincerà a pensare esclusivamente alla squadra».

KEYSTONE/EPA (ALESSANDRO DI MEO)
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