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LUGANO
07.04.21 - 06:000
Aggiornamento : 15:05

Notizie, social, sport e non solo: ecco come sono cambiate le nostre abitudini "virtuali" ai tempi della pandemia

Il professore dell'USI Gabriele Balbi: «In situazioni di infodemia l'uso di ogni singola parola è importantissima...».

«I social? Pensiamo a quanto gli smartphone o gli schermi dei nostri pc siano stati luoghi simbolici dove sono transitate per molti giorni tutte le nostre interazioni personali».

LUGANO - Una corsa sfrenata alla notizia. La pandemia ha acuito questo “fenomeno” in maniera esponenziale. Tutti a caccia d’informazioni inerenti quel nemico invisibile chiamato Covid-19. Un nemico tanto temuto, quando sconosciuto, che ha portato le persone alla ricerca disperata di news, informazioni mediche, statistiche e numeri. Quei numeri che questa pandemia ha fatto dare un po’ a tutti almeno una volta. Perché ha spesso scompaginato i piani di tutti noi, chi più chi meno. 

In Svizzera, come del resto in tutto il mondo, il ruolo dei media ha dunque rivestito un ruolo importantissimo. Come si sono comportati nel nostro paese? «È una domanda a cui è difficile rispondere perché dipende anche dal significato che diamo al termine media - le parole di Gabriele Balbi, professore associato in media studies all’Istituto di media e giornalismo dell’USI - Se intendiamo i mass media e quindi, in sostanza, le testate giornalistiche più rilevanti, abbiamo assistito in Svizzera come altrove a un bombardamento massiccio di informazioni verso i pubblici. Molte sono le reazioni possibili delle audience e credo che nei prossimi anni andranno analizzate dalla ricerca accademica. Le reazioni possono essere anche ambivalenti. Da una crescita delle preoccupazioni a forme di rassicurazione: pensiamo a quanto le notizie sulla disponibilità di vaccini abbiano fatto tirare a noi tutti un sospiro di sollievo. Si va poi dall’incapacità di gestire tutte queste informazioni a una dipendenza dalle stesse e, quindi, a una sete di sempre maggiore informazione. In sostanza, specie le fonti più affidabili, mi pare che abbiano cercato di fare un lavoro serio e di verifica». 

In ogni angolo del mondo, poi, sono circolate anche molte fake news…
«Esattamente. Purtroppo sono girate anche varie forme di disinformazione ed è grave quando queste bufale vengono riprese dalle testate di cui ci affidiamo di più».

Senza dimenticare i social, che hanno aiutato un po’ tutti in special modo durante il confinamento della scorsa primavera.
«Credo che il loro ruolo durante la pandemia sia stato decisivo per mantenere delle forme di comunità. Pensiamo a quanto gli smartphone o gli schermi dei nostri pc siano stati luoghi simbolici dove sono transitate per molti giorni tutte le nostre interazioni personali. Senza questa presenza di media molto ridondante, di cui spesso peraltro ci lamentiamo, i giorni di lockdown sarebbero stati più duri e molte attività lavorative impossibili».

Di questi tempi anche una singola parola scritta o detta è importante e talvolta può cambiare il messaggio o il concetto di qualcosa, creando dubbi o scompiglio. Quanto è importante da parte del giornalista misurare ogni singola parola?
«Ovviamente è decisivo. In situazioni di infodemia, com’è stata ribattezzata in taluni casi la situazione comunicativa verificatasi nell’ultimo anno, l’attenzione all’uso delle parole deve essere altissimo. Pensiamo a quanto, specie nei primi momenti, termini come “asintomatico” o “contagioso” siano stati usati a sproposito, anche dai giornalisti». 

Nell’ultimo anno, inoltre, abbiamo conosciuto diversi nuovi termini: alcuni perfino inutilizzati prima... 
«Proprio così. Un’altra riflessione in tal senso consiste nella mancanza di parole: gli operatori dell’informazione sono spesso andati a prendere a prestito parole da altre lingue (lockdown ne è un esempio tra le altre). Come possiamo raccontare il confinamento sociale, la mancanza d'interazioni sancite a livello statale, i controlli sulla circolazione delle persone e le limitazioni alla propria libertà personale? Anche per questa ragione sono emerse nuove parole o altre sono riemerse nell’uso comune: pensiamo a “pandemia”, “paziente zero” e vari termini precedentemente affidati soltanto all’ambito medico. Trovo anche interessante che, per restare alla lingua italiana, la Treccani abbia emanato vari aggiornamenti con le nuove parole del 2020. Altrettanto è successo in altri paesi».

In ambito sportivo la pandemia ha tolto agli spettatori la possibilità di assistere alle competizioni dal vivo. Alla luce di ciò lo sport si può fruire soltanto tramite media (TV, portali, giornali). Si può dunque dire che la responsabilità e l’importanza di questi ultimi è aumentata? Lo sport, infatti, si è potuto dare in pasto agli appassionati in gran parte grazie ai media…
«Con la pandemia, ovviamente, si è creata una situazione surreale: gli eventi sportivi di massa sono esistiti solamente perché mediatizzati. Una partita di calcio tra squadre importanti, senza televisioni, sarebbe stata vista solo dai 22 giocatori in campo, dagli staff e pochi altri. Quasi come una partita in un campetto di periferia. I media hanno invece rappresentato l’unico legame con i tifosi e gli appassionati».

Lo sport sono soprattutto emozioni: pensa che la gente si sia un po’ disaffezionata durante l’ultimo anno?
«Difficile a dirsi, sono effetti che andranno valutati nel lungo periodo. Di sicuro, la presenza allo stadio non è sostituibile e quindi, in questo senso, i tifosi più vicini alle squadre stanno vivendo un lungo momento di distacco, di abbandono. Non dimenticherei anche la funzione sociale dell’evento sportivo fruito dal vivo, la possibilità di prendervi parte con amici, di passare tempo assieme mangiando, bevendo, chiacchierando. Ma anche il contatto fortuito con l’estraneo che ha preso posto di fianco a te nelle tribune. Questo è insostituibile. Dal punto di vista della carica emozionale, come dicevo prima, anche per chi prima fruiva i match in TV, qualcosa è cambiato. Lo spettatore TV si immedesima in quello allo stadio e in qualche modo subisce una specie di transfer emotivo che in questi mesi non abbiamo provato».

Lo sport professionistico non è andato in lockdown durante la seconda ondata, rimanendo - almeno in TV - una delle poche valvole di sfogo per la popolazione… Ci sono dei numeri o delle statistiche che indicano (in Svizzera, in Ticino o nel mondo) in quale posizione si colloca lo sport in una sorta di “classifica” tra le varie rubriche di giornali e portali?
«Si sente spesso dire che lo sport professionistico ha proseguito per meri interessi economici, ma sono d’accordo con l’interpretazione che abbia rappresentato anche un diversivo per chi era confinato a casa. Per quanto riguarda i dati, in molti paesi, Svizzera inclusa, il 2020 è stato l’anno del ritorno prepotente della televisione nelle abitudini di consumo della popolazione. Pare invece che sempre in Svizzera lo sport abbia vissuto una contro-tendenza e, almeno nei primi mesi della pandemia, la visione di eventi sportivi sia calata specie rispetto al resto della programmazione».

Lo sport, come del resto praticamente tutti i grandi eventi culturali, musicali, ecc…, ha subito una miriade di cancellazioni...
«Esattamente. Basti pensare all’Europeo di calcio e soprattutto alle Olimpiadi di Tokyo. In sostanza, la pandemia ha anche limitato la possibilità di fruire di alcune delle grandi cerimonie sportive dei media e, quindi, ha anche limitato le audience che solitamente seguivano in massa questi eventi. L’Olimpiade di Rio era stata seguita, ad esempio, da oltre tre miliardi di persone sulla terra. Sono audience che si realizzano solo per i grandi eventi sportivi di massa e il Covid in questo senso ha cancellato uno degli eventi più significativi nelle programmazioni televisive mondiali».

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Gabriele Balbi
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