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14.08.19 - 06:010
Aggiornamento : 15.08.19 - 14:23

«Instinct ha diviso la Piazza? Bene, l'importante è che se ne parli»

Carice Van Houten dal “Trono di Spade” al Pardo per raccontare una storia che ha spaccato la platea: «Melisandre? Non mi somiglia per niente»

LOCARNO – Olandese, con una lunga carriera d'attrice alle spalle, Carice Van Houten è salita alla ribalta internazionale grazie al “Trono di Spade”. Suo alter-ego sul piccolo schermo, infatti, era la strega rossa Melisandre: personaggio sensuale, conturbante e ambivalente: «È così sicura di sé, così forte... È completamente diversa da come sono io», ci confida in un intervista.

Più vicino a lei è invece Nicoline il personaggio che interpreta in “Instinct” opera prima della regista e amica Halina Reijn, presentato in Piazza Grande al Pardo. 

Una storia intensa di ambigua conflittualità e che racconta di una liaison pericolosa fra una psicoterapeuta (Van Houten) che lavora in un carcere e uno dei suoi pazienti, il violentatore seriale Idris (Marwan Kenzari) con il quale inizierà una schermaglia erotico-amorosa autodistruttiva: «È un film che parla di dipendenze, e anche Nicoline – a suo modo lo è – e anche di relazioni tossiche viste dal punto di vista femminile... Sono cose che facciamo anche se sappiamo benissimo che ci fanno male».

È una tematica, questa, che ti ha convinto ad accettare la parte?

Assolutamente, è una cosa a cui penso spesso quando osservo il mio comportamento e quello delle persone che conosco. 

Perché anche se mi ero detta che non avrei più mangiato roba dolce finisco per mangiarmi un pacco intero di biscotti? Perché c'è gente ossessionata dall'attvità fisica? Perché anche persone intelligenti, con una carriera finiscono per impantanarsi in relazioni strazianti e dannose?

Nel caso di Nicoline è che c'è dietro qualcosa di oscuro che si porta dietro da tempo.

Avete girato in un vero carcere, com'è stato?

Da una parte utile all'immedesimazione, dall'altra decisamente opprimente. Nelle celle c'erano ancora i segni lasciati dalla presenza dei carcerati: dalle tacche nei muri e nelle porte ai bagni ancora sporchi. Era molto claustrofobico e ti spingeva con la forza nel tuo personaggio.

Ad alleggerire un po' il tutto c'era il fatto che, sul set, eravamo praticamente un gruppo di amici. Su tutti Halina ci ha aiutato tantissimo facendoci un po' da mamma. Gli attori sono creature vulnerabili, questo suo atteggiamento ci ha permesso davvero di mettere le ali.

Da questo punto di vista per me è davvero un traguardo professionale, non sono mai stata così “pura” sullo schermo.

Quanto ha aiutato il fatto che a dirigere fosse una donna?

È stato fondamentale, senza di lei questo film probabilmente non sarebbe mai nato. Oltre alla sua sensibilità stilistica c'è anche da considerare il punto di vista su questo tipo di relazioni abusive, che è quello femminile.

E per le scene di sesso?

Anche per quello, eccome. Abbiamo subito messo le cose in chiaro: niente seni, niente capezzoli in vista. Basta con tutte queste str***ate... Questa volta a spogliarsi dovevano essere gli uomini.

Per quanto mi riguarda, quindi, di pelle nuda ce n'è davvero pochissima. Anche se, almeno dal punto di vista della recitazione, sono nuda – eccome – e mi si può quasi vedere attraverso.

Qual'è stata la più grande sfida per te?

Rendere Nicoline credibile allo spettatore, facendogli arrivare la sua irrazionalità senza però perderlo. Può chiedersi: «Ma che diavolo sta facendo?», ma non deve assolutamente respingerla.

Anche lei sa che sta sbagliando, ma non riesce a fermarsi. Anche se è una persona forte, indipendente e di successo nel suo lato oscuro è il netto opposto: infantile, immatura e con molto di irrisolto.

Come gestivate le cose tu e Marwan Kenzari? Dopo una giornata di riprese riuscivate ancora a guardarvi e frequentarvi, oppure...

Erano giornate belle intense, sì. Noi fortunatamente ci conosciamo da un pezzo e siamo molto amici, lui poi – anche se sullo schermo fa decisamente paura- è una persona tranquillissima. 

Fra una scena e l'altra non riuscivamo a resistere e facevamo i deficienti, sembravamo davvero due bambini, di sicuro non due adulti (ride).

Come attori ci siamo stimolati molto l'uno con l'altra, spingendoci e aiutandoci a costruire i nostri personaggi.


Secondo te ci sono punti di contatto fra Nicoline e la Melisandre del “Trono di Spade”?

Non è così semplice trovare un parallelo, lei una è così fantasy e l'altra così... reale? Penso che Melisandre sia più conscia della suo potere, anche sessuale, per questo lo usa come un'arma.

Per Nicoline, invece, è una cosa un po' più complessa... Per certi versi ha più a che vedere con il sadomasochismo, nella sottomissione all'altro lei cerca un qualche tipo di libertà che normalmente non avrebbe.

Sempre qui al Pardo, sabato scorso, Hilary Swank ci ha parlato della “maledizione” dell'attore drammatico e il fatto che ogni ruolo «si prende un po' di anima», è così anche per te?

Sì, eccome: è uno dei motivi per cui ho un rapporto di amore-odio con il mio lavoro. Non è una cosa che puoi fare al 50%, ti ci devi buttare, immergere. 

Per quanto “Instinct” sia stata un'esperienza estremamente positiva, non so se avrei potuto sopportare più di quei 23 giorni di riprese. È difficile, è vero, ma per me in qualche modo è anche terapeutico. 

Anche qui a Locarno la pellicola ha letteralmente spaccato la platea, che ne pensi?

Sono contenta se una storia come questa generi un qualche tipo reazione e faccia discutere, è il motivo per cui abbiamo scelto di raccontarla.

È per questo che abbiamo deciso di non prendere una posizione netta, senza voler dare risposte e solo mettere in scena una parte imbarazzante che però è propria dell'essere umano.

Fra un paio d'anni riguardandolo, magari diremo: «Ah, ecco cosa stava tentando di dirci, ora è chiaro».

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