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Abril vestita da clown gioca con i bambini a Beirut.
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GIORNATA DELLA BUONA AZIONE
20.05.21 - 06:000
Aggiornamento : 21.05.21 - 17:41

«Non si vedevano come vittime ma come combattenti!»

L'argoviese Abril (20 anni) racconta la sua esperienza in Libano come volontaria

Il 4 agosto 2020 la capitale Beirut era stata teatro di una terribile esplosione

AARAU / BEIRUT - Panico, caos, polvere, il rumore degli allarmi che scattavano tutti insieme. La terribile esplosione deflagrata poco prima delle 18, la sera del 4 agosto 2020, ha scosso profondamente gli abitanti della capitale libanese di Beirut. Il porto e la maggior parte delle zone residenziali circostanti sono stati rasi al suolo, almeno 190 persone hanno perso la vita e i feriti sono stati più di 6'000.

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20 minuti è media partner.

Per la ventenne Abril è stato subito chiaro che avrebbe dovuto fare qualcosa: «Il mio ragazzo e io abbiamo visto la notizia sui media. Lui è originario del Libano e quindi il disastro ci ha colpiti personalmente. Per prima cosa volevamo fare noi stessi una donazione e abbiamo chiesto un contributo finanziario tramite i nostri account sui social media.» Secondo la giovane argoviese, in questo modo hanno raccolto circa 20'000 franchi. Ma questo non è bastato alla coppia. «Abbiamo scoperto abbastanza velocemente che l’organizzazione non-profit Swiss Barakah Charity cercava volontari disposti a recarsi sul posto. Abbiamo dovuto. Le persone laggiù avevano bisogno del nostro aiuto. E quindi abbiamo detto di sì».

«Inizialmente non ho detto del viaggio ai miei amici» - I genitori di Abril erano inizialmente tutto fuorché entusiasti dei progetti della figlia. «Si preoccupavano e avevano molti pregiudizi: da una parte pesava la situazione instabile nel Paese e dall’altra anche l’esplosione.» L’argoviese non ha però mai messo in dubbio la sua decisione: sarebbe partita. Dopo qualche tempo, anche i suoi genitori hanno acconsentito ma inizialmente ha tenuto nascoste le sue intenzioni ai suoi amici. Abril: «Non volevo che qualcuno pensasse che lo facessi solo per ricevere attenzione».

Il 1. settembre, Abril e il suo ragazzo sono partiti da Zurigo verso il Libano. I primi tre giorni li hanno trascorsi direttamente a Beirut: «Subito dopo l’atterraggio abbiamo visitato un campo di aiuto provvisorio. Originariamente, l’edificio era una chiesa ma ormai ci abitavano solo persone che avevano perso tutto. Abbiamo distribuito medicine e cibo e organizzato un piccolo spettacolo di clown per i bambini. Era così surreale e impressionante» spiega la giovane. I fondi raccolti in Svizzera sono stati versati a Swiss Barakah che in totale ha potuto così donare oltre 60'000 franchi. 

«Siamo andati di porta in porta per aiutare» - In seguito, la coppia ha visitato una piccola moschea in un quartiere povero di Beirut. «Abbiamo distribuito grossi pacchi di prodotti igienici e cibo agli abitanti. Ogni pacco era pensato per una famiglia di cinque persone e le provviste dovevano bastare per circa due mesi». Il volontariato in Libano doveva durare due settimane ma Abril e il suo ragazzo sono dovuti rientrare dopo soli sette giorni. «Lavoro come personale di servizio in un ristorante quindi assentarmi per lungo tempo non era un’opzione». 

Mentre la fine della settimana si avvicinava sempre più, Abril e il suo accompagnatore si sono dedicati anche alle visite a domicilio: «Andavamo di porta in porta in città per aiutare gli abitanti a ricostruire la propria casa e sostenerli mentalmente. Avevamo sempre con noi anche i pacchi con cibo e bevande».

In retrospettiva, Abril spiega: «Viaggiare in Libano è stata la miglior decisione della mia vita! Ho potuto aiutare le persone e io stessa sono cambiata completamente. Sono diventata più riconoscente. La situazione laggiù mi ha aperto gli occhi». La cosa che più l’ha colpita del suo viaggio è stata la reazione degli abitanti. «Quando siamo arrivati al campo, pensavo che avrei visto persone davvero abbattute e invece erano allegre e piene di gioia di vivere. Il mio momento wow è stato quando ho visto la sincerità delle persone. Non si vedevano come vittime ma come combattenti. Mi ha colpito davvero molto!»

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