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L'OSPITE
28.05.21 - 08:400

La non cultura dello sballo

Cristiano Poli Cappelli, Raffaella Soffiantini e Marianna Meyer

LUGANO - Perché i giovani si drogano? Generazioni di genitori e di adulti si sono posti questa domanda, senza tregua. L’uso della droga, soprattutto tra i giovani, non è una novità di questi ultimi anni. L’essere umano ha sempre cercato nella droga, nelle sostanze stupefacenti, un rimedio contro il vuoto insito nel vivere o un modo per sperimentare visioni magiche ed allargate dell’esistenza. Un’esistenza che a volte non è più sufficiente, che ci pone dei limiti che non accettiamo e che ci rifiutiamo di considerare invalicabili. In questo senso, la droga rappresenta un modo per colmare il vuoto di comprensione razionale dell’esistenza.

Oggi questo vuoto riguarda - ma non solo - la visione esistenziale dell’essere: un vacuum creato e amplificato dalla società: anzi, paradossalmente, oggi ancor di più, la società stessa, sempre più priva di cultura e sempre più cattiva, anziché rappresentare un grembo in cui trovare la propria spinta a vivere, amplifica quel vuoto aggiungendovi ulteriori elementi di disagio e di insicurezze. Ernesto De Martino la chiamava “paura della perdita della propria presenza”. È proprio il raggiungimento di una sicurezza nella socialità che rappresenta forse l’unica salvezza dalla droga che, al contrario, prende forma come soluzione, come forma di suicidio e di annullamento da quella stessa società che ci terrorizza e di fronte alla quale siamo disarmati. Ecco dunque che tutte quelle manifestazioni socializzanti dell’essere umano - l’arte, la musica, lo sport, il lavoro - rappresentano altrettanti mezzi per esorcizzare quella paura di perdere la propria presenza, l’”esserci”.

La domanda ulteriore dovrebbe imporci una riflessione seria e filosoficamente essenziale: cosa andrebbe fatto per evitare l’abuso delle droghe o, cosa di cui si parla ultimamente, dei farmaci ad uso ricreativo? Cosa possiamo o dovremmo fare noi adulti, genitori, per arginare questo fenomeno? Forse la risposta è più semplice del previsto ma complessa nella sua realizzazione. Il primo passo da fare sarebbe quello di comprendere che il fenomeno dell’uso delle droghe non può semplicemente essere soppresso e considerato un crimine ma va capito e prevenuto con tutta una serie di interventi in termini di conoscenza, informazione, discussioni critiche, dando parola ai ragazzi, cercando di comprendere quali siano i motivi che spingono al rifugio nelle sostanze stupefacenti.

I giovani, ovvero i principali utilizzatori delle droghe, hanno bisogno di cultura nel senso più ampio del termine, quella cultura intesa come conoscenza del mondo e dei suoi fenomeni; quella cultura che può sviluppare il proprio senso critico e che può sostenerci di fronte a scelte e dilemmi; quella cultura che può aiutare a superare il senso di alienazione che la società della tecnologia sta amplificando all’ennesima potenza, un senso di alienazione che sta rendendo gli essere umani, e dunque la società, sempre più egoisti e chiusi, proprio perché privi di cultura; e, non per ultimo, quella cultura che è integrazione, comprensione dell’altro da sé, accettazione della diversità. Una società che coltiva l’odio per gli altri, per lo straniero, per il malato, per il diverso, non sta ponendo le basi culturali per far comprendere ai giovani che si può essere diversi dagli altri, che si può dire di no di fronte ad un invito a drogarsi senza, per questo, essere degli emarginati, dei disadattati. Come può un giovane, abituato a vivere in una società in cui tutti devono essere soldati efficienti e uniformati, avere il coraggio di dire di no? Questa domanda ce la siamo posta?

Ben venga sul territorio la presenza di Associazioni che hanno tra i loro obiettivi l’aiuto ai giovani, come ad esempio l’Associazione Insieme Contro l’Uso Ricreativo di Farmaci (www.associazioneincurf.com), nata dall’iniziativa di due genitori in seguito al decesso di un figlio causato dall’abuso di farmaci. Questa Associazione mira a colmare la lacuna a livello di informazione su questo fenomeno, nell’intento ultimo di evitare altre tragedie che hanno visto coinvolti giovani. L’abuso di sostanze fra loro mixate non si limitano ad alcool e stupefacenti, bensì si avvalgono di medicamenti, legali e distribuiti troppo facilmente, che se mal approcciati portano a vere e proprie dipendenze difficili da superare. Il campo di attività e i numerosi progetti che l’Associazione intende realizzare spaziano dalla ‘peer education’, metodo preventivo volto a promuovere la partecipazione attiva di soggetti in un contesto “tra pari”, a serate informative sul tema come la tavola rotonda che si terrà il prossimo 2 giugno alle ore 20.00 su zoom con la Società Svizzera di psichiatria sociale (SOPSY; iscrizioni a info@sopsy-si.ch) per creare un’occasione di incontro tra famiglie e professionisti, a gruppi di aiuto aiuto, sportelli di ascolto nelle scuole, e non da ultimo l’ambizioso obiettivo di introdurre a livello locale una comunità socioterapeutica adatta ai giovani che si trovano confrontati con questo tipo di dipendenze.

È ora di chinarsi su queste problematiche che affliggono la nostra società. Solamente ascoltando senza pregiudizio si potranno trovare soluzioni che possano arginare questo fenomeno dilagante.

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