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L'OSPITE
18.05.20 - 13:000

L'interesse collettivo deve venire prima del profitto di pochi

Martino Marconi, membro di coordinamento della Gioventù Comunista

Qualche giorno fa, l’otto maggio, era l’overshoot day per la Svizzera. Era cioè il giorno in cui la Svizzera ha esaurito le risorse che il pianeta è in grado di darle nel corso di quest’anno.

È un periodo di sovraesposizione mediatica, questo, e i nostri cervelli confusi tentano collegamenti tra tutte le novità che vanno apprendendo; solo che, appreso il fatto di cui sopra, il mio cervello ha semplicemente trovato il rafforzamento di un’idea che ha appreso e fatta sua, e che va via via maturando: questo modello economico non è più sostenibile.

Uso il dato dell’overshoot day come rampa di lancio, perché questo sistema economico non è più sostenibile sotto innumerevoli punti di vista, da quello ambientale a quello sociale, e, soprattutto non è sostenibile in ottica di uno sviluppo futuro. Ogni tanto ci si dimentica del fatto che in regime capitalistico l’economia determina la realtà e non viceversa, per cui bisogna ricordare che la crisi climatica e la crisi sanitaria sono due problemi legati dalla stessa matrice, l’economia. Attenti bene, non sto dicendo che la causa della pandemia siano dei motivi economici, ma che il contenimento sia stato più difficile per delle condizioni economiche sviluppatesi funzionalmente al nostro sistema neoliberista. Per esempio i dispositivi di protezione come mascherine e disinfettante; quanto abbiamo sentito parlare della mancanza di mascherine? Abbiamo letto tutti le notizie che riportavano il grottesco aumento di prezzo del disinfettante nella vicina Italia (meno si è sentito da noi). Beh, le mascherine mancano perché a chi le produce conviene farlo in Cina, e il disinfettante scarseggia perché nel 2018 Alcosuisse ha liquidato fino a 10'000 tonnellate di etanolo che costava troppo mantenere come riserva per una pandemia.

È pieno di questi esempi che evidenziano come la difficoltà nel contenimento della pandemia sia dovuta a un sistema economico che non è in grado di anteporre gli interessi dell’umanità tutta al profitto dei pochi. Se pensiamo a dei modelli alternativi (sì, esistono, ma spesso ce ne dimentichiamo), come ad esempio quello cinese, vediamo come sia stato possibile un intervento più risoluto che ha fermato la diffusione del contagio senza che il sistema produttivo implodesse, cosa da noi impensabile.

Se prima il problema più imminente sembrava la crisi climatica e in molti ci si dava un margine temporale d’azione più ampio, oggi dovremmo vedere i problemi nella loro complessità e connessi da una sola matrice, l’economia. È quindi chiaro che serve una svolta nel sistema produttivo di modo che divenga sostenibile, non solo ambientalmente, ma in primo luogo (e con valore onnicomprensivo) sociale, cioè un’economia che sia in grado di soddisfare i bisogni degli esseri umani senza porli in condizione di qualsivoglia rischio; un sistema che non depredi la terra delle sue risorse e che non generi guerre per rubarle.

Un sistema economico così, però, non potrà mai nascere nel capitalismo né tantomeno dal suo egoismo, ma da un’economia di piano nella quale i settori strategici siano sotto il controllo dello Stato e che persegua lo scopo di servire la collettività.

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