L'OSPITE
13.10.19 - 08:180

La socialità, un bene comune

Orlando De Maria

Il sistema sociale svizzero è tra i più evoluti al mondo. Dobbiamo profonda gratitudine a quelle donne e a quegli uomini i quali, nell’immediato dopo guerra quando l’Europa andava ancora a fuoco, hanno guardato al futuro con quella lungimiranza e quella preoccupazione tipiche di chi sa, con intelligenza, di avere superato – non del tutto indenne – un pericolo grandissimo, allestendo un principio di sussidiarietà che ha contribuito non soltanto a creare un paracadute per i meno fortunati ma anche l’attaccamento alla terra e alla bandiera.

Ora, con le continue revisioni fiscali e le conseguenti picconate al sistema sociale svizzero, non stiamo mettendo in difficoltà soltanto le persone, ma il sentimento stesso, quel collante che ci ha uniti sotto la medesima bandiera.

La sussidiarietà è un principio profondo, che affonda le proprie radici nella solidarietà, nella speranza di uguaglianza, nella responsabilità e nella libertà.

Al centro l’uomo

La domanda su cui vi chiedo di concentrarvi per un istante è questa: “la società è per la persona o la persona è la società”? Le conformazioni sociali sono coordinate antropologiche contenute nel nostro DNA e hanno fatto nascere, già nella Grecia di Aristotele, il concetto di Città e di uguaglianza.

La socialità è anche psicologia relazionale, è inclusione, è dare al cittadino la possibilità di partecipare attivamente alla sua vita e a non ridursi a mero pagatore. La socialità è dignità dell’uomo: tagliarla in modo scriteriato espone a pericoli tutti noi, nessuno escluso. Perché le pagine meno felici appartengono alla vita di tutti noi. Nessuno ne è immune. Ed è giusto che chi, con il lavoro onesto, con l’impegno e la dedizione, ha contribuito a fare della Svizzera la nazione che è oggi, non venga dimenticato in un momento di difficoltà.

Gli ammortizzatori sociali, così come l’AVS e quella fitta rete di sostegno offerta dalla cosa pubblica sono il perno su cui può fare leva qualsiasi cittadino per mantenere la propria integrità di persona, nella sua esistenza di uomo libero, dignitoso e uguale agli altri.

La responsabilità del benessere è un bene comune. Un caposaldo in Svizzera. Spacciarla per un privilegio, come molti vogliono fare oggi, è anacronistico.

Come reagire

Sostenere che i bilanci della cosa pubblica debbano quadrare non è fuori luogo, al contrario. Non siamo fautori delle casse vuote in favore del benessere del cittadino. Siamo fautori della spesa intelligente, mirata e ponderata.

Non possiamo né dobbiamo diventare uno Stato assistenzialista, i precedenti storici mondiali hanno già tracciato la strada di questa eventualità, ultima in ordine di tempo è la Grecia, crollata sotto il peso di una socialità statale insostenibile.

Spendere meglio

Per quanto possa sembrare assurdo, nel decidere le soglie e i contributi della socialità, non si usa la calcolatrice. Il compito dello Stato non può essere quello di sostenere il cittadino per anni, talvolta decenni e in alcuni casi vita natural durante. Occorre rimettere le persone in condizione di essere sufficienti a sé stesse.  

Una sana politica di reinserimento nel mondo del lavoro, laddove ai datori aderenti a programmi ad hoc lo Stato concede sgravi, non deve né può costare di più di quanto il cittadino avrebbe percepito mediante gli ammortizzatori sociali.

È di queste ore la notizia secondo cui, limitatamente al Ticino, i casi di assistenza sono ritornati a salire. Non dobbiamo stupirci perché la situazione del mercato del lavoro è nota a tutti; restano in affanno non soltanto il cittadino ma anche l’intero comparto delle finanze pubbliche. Occorre investire.

Investire nella formazione: non è un tema di competenza di questo mio intervento ma è comunque un tema che mi sta molto a cuore, non possiamo lasciare i programmi scolastici in mano a pedagoghi di lunga data, non possiamo permettere che la scuola, come ampio concetto formativo, sia gestita da un solo dipartimento: i datori di lavoro devono potere dire di quali competenze hanno bisogno, l’economia deve poterlo dire, la tecnologia deve poterlo dire. Lavoro e apprendimento convergono sempre di più, in una formula nuova e sempre in rinnovamento, insistere con un insegnamento frontale ottocentesco non ha più alcun senso. Prepara i disoccupati di domani.

Ricadute sullo Stato, dallo Stato

In ultimo vale la pena spendere due parole al riguardo delle Autorità Regionali di Protezione (ARP) e la loro rete, fatta di specialisti (psicologi, psichiatri e medici generalisti e specialisti) le cui decisioni, sempre più improbabili, ricadono sulle spalle di circa 30mila ticinesi.

Queste istituzioni, apparentemente fuori controllo, sono gestite da persone che non sono chiamate a rendere conto dei propri errori. In questo caso, per cominciare ad arginare la falla, proponiamo che chiunque lavora per le ARP e la relativa rete si sottoponga, a cadenza biennale, a esami di abilitazione, al pari di molte altre categorie professionali.

Trasporti pubblici

Anche in questo caso mi fregio di potere sostenere, con orgoglio, che in generale i trasporti pubblici elvetici, siano questi su ruota o su rotaia, sono un fiore all’occhiello della nostra nazione. Ma siamo davvero perfetti o possiamo fare meglio?

Dobbiamo abbandonare la presunzione di essere i migliori, i più bravi, insomma di essere quelli perfetti ma dobbiamo anche avere l’umiltà di ammettere che possiamo imparare dagli altri.

Rifondare? No. Migliorare

Aumentare l’offerta ha un impatto, ovviamente, sulla qualità dei cittadini e su quella dell’ambiente, con ricadute positive su tutta la socialità.

Il trasporto pubblico, nella sua accezione generale, è un buon trasporto: accorgimenti sulle tabelle orarie, sulle coincidenze, sulla qualità del servizio sono quei toccasana, quelle ciliegine sulla torta che possono spingere il cittadino, finalmente e in modo definitivo, a lasciare l’automobile in garage e affidarsi ai mezzi pubblici per andare al lavoro.

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