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REGNO UNITO
20.05.21 - 20:370

Un inganno dietro l'intervista del secolo di Diana

Al fratello della principessa era stato fatto credere che la famiglia reale avesse pagato i giornali per spiarla

LONDRA - Fu uno scoop dall'impatto planetario, una delle interviste di maggior successo nella storia mondiale della televisione e certamente il più devastante colpo d'immagine mai subito dalla monarchia britannica in tutto il lungo regno di Elisabetta II. Ma fu uno scoop ottenuto (anche) con l'arma dell'inganno.

È un verdetto senz'appello quello del rapporto a scoppio ritardato che oggi fa giustizia una volta per tutte dei retroscena della storica intervista shock concessa nel 1995 alla BBC dalla principessa Diana, nella quale rivelò alcuni dei dettagli più intimi di anni d'infelicità coniugale, dei problemi con la bulimia, dell'unione finita da tempo in pezzi con l'erede al trono Carlo, e soprattutto del tradimento di questi con l'antica fiamma (e futura seconda moglie) Camilla Parker-Bowles.

Tutti fatti veri, nella coscienza di Lady D, ingredienti di una favola triste che proprio durante la conversazione incriminata la "principessa del popolo" sintetizzò in una frase destinata a fare scandalo: «eravamo in tre in questo matrimonio, un po' troppo affollato».

Ma fatti veri raccontati al giornalista Martin Bashir - e a un intero paese incollato dinanzi agli schermi per seguire Panorama, popolare programma d'approfondimento serale dell'emittente pubblica più famosa al mondo - solo dopo una trattativa condotta con «il raggiro», secondo il rapporto pubblicato oggi.

Preannunciate da mesi di anticipazioni, le conclusioni dell'inchiesta affidata a lord John Dyson, 77enne alto magistrato a riposo, sgomberano il campo anche dagli ultimi dubbi. E imputano a Bashir - star del giornalismo televisivo d'Oltremanica, divenuto ancor più celebre dopo di allora - d'aver truffato il conte Charles Spencer (fratello di Diana) per accrescerne il risentimento verso la famiglia reale e indurlo a spingere la sorella ad accettare l'invito a confessarsi in pubblico in forma così clamorosa.

Mentre rimproverano all'emittente di aver coperto l'anchorman in una prima indagine interna insabbiata con una sbrigativa assoluzione nel 1996, e buttato alle ortiche i propri "elevati standard d'integrità e trasparenza". Una macchia grave sulla sbandierata reputazione della BBC.

In sostanza la colpa di Bashir fu quella di aver fatto "fabbricare" ad arte documenti bancari falsi mostrati al conte come prova di fantomatici pagamenti indirizzati da almeno due funzionari di Buckingham Palace alla stampa popolare affinché indagasse e spiasse Diana e gli Spencer in modo da metterli in cattiva luce. Come a volerli punire per la pubblicità data alla crisi matrimoniale reale con il principe di Galles, già sfociata a fine 1992 nella separazione e che dopo l'intervista con Bashir avrebbe finito per precipitare nel divorzio ordinato d'autorità dalla regina.

Secondo lord Dyson, le spiegazioni date all'epoca dal giornalista furono «incredibili, inattendibili, talora disoneste»: come da un certo punto in poi lo stesso Charles Spencer aveva preso a sospettare, invocando negli ultimi anni verità e giustizia pure a nome di William e Harry, i figli di Carlo e Diana, rispetto alla denuncia di speculazione mediatica costruita su una storia tragica.

E la BBC, nella persona dell'attuale direttore generale, Tim Davie, come del predecessore Tony Hall, accetta ora senza riserve questo epilogo, rimettendosi al diktat dell'ex magistrato di cospargersi il capo di cenere con scuse formali.

Martin Bashir, al contrario, dimessosi appena la settimana scorsa dall'azienda pubblica radiotelevisiva dopo un lungo periodo di assenza motivato da una grave malattia, si scusa solo a metà, riconoscendo «con profondo rammarico» di aver usato metodi «ingannevoli» per guadagnarsi la fiducia di Spencer e di aver fatto «una cosa stupida», ma rivendicando tuttora «l'enorme orgoglio» per quell'intervista unica e irripetibile che Diana - come il rapporto Dyson concede - era orientata comunque a dargli.

Non senza aggrapparsi ad un foglio manoscritto in cui la medesima principessa di Galles assicurava, dopo la trasmissione, che le sue parole non era state frutto di pressioni; e negava che l'intervistatore le avesse messo in prima persona sotto il naso documenti di cui ella già non sapesse.

L'ultima parola spetta tuttavia a Charles Spencer, che in qualche modo sentiva d'avere ancora un debito nei confronti della sorella, scomparsa appena 36enne nel 1997 sullo sfondo dell'emozione di mezzo mondo. E che oggi può chiudere il cerchio pubblicando su Twitter una struggente foto d'infanzia con lei, e una breve chiosa forse definitiva: «Certi legami risalgono molto indietro nel tempo».

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