No Borders Photography è il progetto della fotografa Nevia Elezovic.
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CANTONE
02.05.19 - 06:010
Aggiornamento : 20:49

Quando la fotografia rende il mondo migliore

È il merito del progetto No Borders Photography della fotografa Nevia Elezovic, che destina metà dei ricavati all'aiuto dei migranti sulla rotta balcanica

LUGANO - Nevia Elezovic ha trascorso quattro mesi - tra l’autunno e l’inverno - in Bosnia, a contatto con i migranti che dall’Est cercano di approdare in Europa lungo la rotta balcanica. La fotografa luganese ha trovato un modo originale di unire il suo impegno umanitario al suo ambito professionale, e nel corso di questa intervista ci spiega cosa ha deciso di fare per aiutare quelle persone in difficoltà nella sua terra d’origine.

Cos’è No Borders Photography?

«È un progetto che ho avviato insieme a un ragazzo minorenne richiedente l’asilo, che ha vissuto l’esperienza della rotta balcanica. Una volta arrivato qui, in attesa che sia completato l’iter per la richiesta d’asilo, ha sentito la necessità di essere utile a chi stava nella situazione uguale alla sua. Sentiva il bisogno di occupare il proprio tempo in modo utile, per lui e per i suoi “fratelli”, quindi abbiamo avviato No Borders Photography: facciamo foto a eventi, persone, ogni tanto matrimoni, e la metà del ricavato la mettiamo nell’associazione Ma Anche Noi oppure in progetti di altre piccoli altri gruppi».

È una strategia che funziona bene?

«Non sempre è una cosa che mette a tuo agio chiedere soldi alle persone; quindi il fatto di poter usare il mio lavoro per auto-incrementare l’impegno nel volontariato è stato prezioso. Le persone e le aziende che sono fotografate, in questo modo, vengono a conoscenza dei progetti dell’associazione e diventano informate rispetto a cosa avviene in una realtà che è a pochi chilometri da noi».

Come hanno risposto le persone?

«Molto bene. Quando ho iniziato a pubblicizzare No Borders Photography ho ricevuto tanti messaggi di persone che dicevano: “Sai, ho sempre voluto fare delle foto, ma l’idea di spendere dei soldi mi ha sempre un po’ scocciato…”. Invece sapere che parte del costo va in un progetto del genere ha spinto parecchi a farlo, quel servizio. Con l’idea di poter essere utile agli altri una persona ne approfitta anche per farsi un regalo».


Nevia Elezovic

E cos’è Ma Anche Noi?

«È l’associazione che ho fondato dopo aver fatto volontariato indipendente, direttamente sul campo, per più di un anno. Due anni fa mi sono recata in Serbia, dove era “sfociata” la rotta balcanica, vicino a Belgrado. Recuperavo attraverso Facebook - che è sempre stato il mio canale di sensibilizzazione e raccolta fondi - vestiti, materiale e denaro. Ma lo facevo privatamente: ci mettevo la mia faccia e le risposte sono state fortissime, anche da parte di tanta gente che non conoscevo o che mi capitava solo d’incrociare per strada. Il mio messaggio non è mai stato contro o a favore di qualcuno, ma molto più universale: del tipo “Ragazzi, c’è gente che sta morendo di freddo. Io vado a comprare delle scarpe: fate voi…”. Le persone si sono sentite molto coinvolte e hanno manifestato la volontà di sentirsi partecipi di qualcosa di bello. Anche grazie al fatto che, donando a me, sapevano che il denaro o il materiale sarebbe arrivato a destinazione. Tanti hanno un po’ perso la fiducia nel fare delle donazioni. Invece con Nevia, che prende e va e mostra cosa fa laggiù, si sono sentiti più sicuri».

Perché, se le cose funzionavano anche prima, hai voluto creare un’associazione?

«Per una semplice ragione di trasparenza: le persone mi davano i soldi in mano, oppure li versavano sul mio conto eccetera. Ho sempre tenuto gli scontrini e le ricevute, ma poi mi sono detta che ha più senso fare così. Tutto quello che si è creato si è spostato verso l’associazione ma io ci metto la faccia anche più di prima. Colpa mia, che non riesco tanto a delegare… In futuro spero che Ma Anche Noi mi aiuti ad accedere a dei campi profughi, cosa che per un volontario indipendente non è fattibile. Lo stesso vale per il rapporto con le istituzioni o le altre ong».


Luca Bonaventura

Da quante persone è formata l’associazione?

«È molto piccola: l’ho aperta con mia madre e mio fratello. Non voglio farla diventare qualcosa di troppo grande, che poi è proprio ciò da cui la gente spesso scappa».

Hai mai ricevuto critiche per quello che fai?

«Non ho quasi mai ricevuto messaggi negativi, solo qualche commento sporadico su Facebook, ai quali non replico. Non perché non pensi che quella persona non abbia le sue argomentazioni, ma perché non ho tempo di stare a litigare sui social».

Quando sei andata per l’ultima volta in Bosnia? Che situazione hai trovato?

«Sono andata a ottobre e sono tornata a inizio marzo. La situazione è contradditoria: la Bosnia è un Paese con delle ferite ancora apertissime, molto povero e che non è riuscito a ristabilirsi come ha fatto, invece, la Croazia. Tutta l’ex Jugoslavia ha ancora a che fare con delle ferite aperte: quelli che prima della guerra erano amici, fidanzati, sono diventati coloro che ti sparavano addosso. È uno stato di cose che sento ancora tantissimo nelle persone: la sfiducia verso chi vive nella tua stessa terra e parla la medesima lingua.

I migranti, poi, non hanno intenzione di rimanere in Bosnia e la popolazione lo sa: non stanno subendo un’invasione ma sono vittime loro stessi delle chiusure dei confini

Quello che ho visto, per quanto riguarda i migranti, è un’accoglienza da parte dei bosniaci che non potevo immaginare: lo hanno fatto con una tale solidarietà, con un’enorme empatia, figlia delle sofferenze provate nel corso del conflitto. Ho trovato la stessa cosa in Serbia due anni fa».


Luca Bonaventura

Come si è concretizzata questa empatia?

«Nel villaggio dove sono stata ho visto le persone che donavano le proprie scarpe e vestiti, che invitavano i migranti a mangiare, gli accompagnavano dal proprio dottore… Una solidarietà nata, paradossalmente, da qualcosa che sarebbe negativo: il sentirsi ancora tanto feriti. Ti faccio un esempio: sono andata in una pekara (una sorta di panetteria, ndr) a comprare un burek (specie di torta salata diffusa nei Balcani, ndr), come faceva ogni volontario che non aveva tempo di cucinare. C’era un migrante seduto fuori. Dopo di me entra una signora anzianissima, con la faccia incattivita dalla vita, e chiede alla commessa: “Questo ragazzo che è seduto fuori, da quanto è lì”. La ragazza risponde che era lì da 3-4 ore: era inverno e faceva un freddo cane. La vecchietta insiste: “Ma almeno ha mangiato qualcosa?”. Dopo la risposta negativa è uscita, l’ha tirato dentro, gli ha puntato il dito contro e l’ha esortato a prendere qualcosa da mangiare. Il ragazzo si è schermito ma lei non ha voluto sentire ragioni: “Ti ho detto di prendere qualcosa da mangiare! Fa freddo!”. Il ragazzo ha indicato un burek e la signora ha aggiunto alla commessa: “E gliene dai due! E anche uno jogurt!”. All’inizio pensavo che fosse arrabbiata perché lo vedeva fuori dal negozio e invece da donna, da mamma, da persona era solo preoccupata che questo mangiasse. Ho vissuto scene allucinanti, ma questa è una di quelle che non mi usciranno mai dalla testa».

Per conoscere il lavoro di Nevia Elezovic potete visitare le pagine dell'associazione Ma Anche Noi e del progetto No Borders Photography.

Luca Bonaventura
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