Foto RSI/L.DAULTE
Enrico Ruggeri, classe 1957.
CANTONE
16.04.19 - 06:010
Aggiornamento : 10:50

Ruggeri: «Oggi i giovani cantano solo per rivalsa sociale»

Reduce dalla realizzazione di “Alma”, il suo ultimo album, Enrico Ruggeri ieri sera ha tenuto uno showcase negli studi Rsi di Lugano-Besso. Lo abbiamo incontrato poco prima

LUGANO - Un disco, “Alma” (Anyway Music, 15 marzo 2019), di undici brani. Undici brani su cui Rouge ha lavorato servendosi delle mille sfumature sonore sperimentate nel corso degli oltre quattro decenni di (autorevole) carriera che si porta alle spalle: e si muove con naturalezza ed eleganza, nel mezzo di ballate semi-acustiche (“Il labirinto”, “L’amore ai tempi del colera”, “Forma 21”), ambientazioni granitiche (“Cuori infranti”, “Supereroi”), chamber pop (“Come lacrime nella pioggia”) e gli impulsi di un synth che tengono il tempo, quasi ipnotico, ne “Il punto di rottura”.

Enrico, hai definito questo tuo nuovo lavoro il progetto più importante della tua vita...

«Paradossalmente, l'ho vissuto come se fosse un album di debutto: erano passati tre anni dal mio ultimo disco da solista (“Un viaggio incredibile”, 2016) e in mezzo c'è stata un'avventura bellissima, ossia i due album con i Decibel (“Noblesse oblige”, 2017; “L'anticristo”, 2018), i rispettivi tour e Sanremo... Non poteva essere un disco à la Decibel senza Silvio (Capeccia) e Fulvio (Muzio), ma non poteva nemmeno essere un mio normale album come se nulla fosse successo...».

Quindi, con quale approccio ti sei focalizzato su queste undici nuove canzoni?

«Ciò che ho fatto in prima battuta è stato togliere dal vocabolario il termine “pre-produzione”, con l'intento di eludere a piedi pari quei suoni precotti, preconfezionati. Per cui sono arrivato in studio con i pezzi e li ho insegnati alla band, per poi suonarli tutti insieme fino a quando ne eravamo completamente convinti…».

I brani quando hanno iniziato a prendere forma?

«Nella seconda metà del 2018…».

Tutto molto immediato, spontaneo…

«Sì, direi di sì...».

Da quanto mi racconti, posso immaginare che le registrazioni siano state effettuate in presa diretta…

«Assolutamente sì. Ci sono pochissime sovraincisioni: un paio di chitarre e un po’ di tastiere…».

Cosa troviamo della tua seconda esperienza con i Decibel all’interno di questa nuova produzione?

«Il disinteresse per il mercato, proprio perché Silvio e Fulvio quando siamo rientrati in studio insieme dopo tanti anni mi hanno ricordato come si faceva musica una volta, senza plugin…».

Torneranno di nuovo i Decibel?

«Non lo so... È un laboratorio... Come vedi, in questo album ci sono due canzoni di Silvio e una di Fulvio...». 

Quale bilancio hai fatto di questo disco?

«Beh, al suo interno ci sono alcune canzoni che non si possono scrivere a vent’anni. Una è “Forma 21” che, per chi non lo sapesse, è l’esercizio finale di un percorso del tai chi. Lou Reed è morto mentre stava eseguendo proprio la Forma 21. Secondo quanto ha dichiarato la moglie (Laurie Anderson, ndr), in quell’istante sul viso di Reed era apparsa un’espressione di stupore. Questo per dire che è capitato anche a me di essere presente negli ultimi momenti di vita di alcune persone, e il dato comune è proprio quello: l’espressione di stupore. Stupore al cospetto di qualcosa di incredibile, che non puoi raccontare».

Un omaggio a Lou Reed, quindi?

«Sì, ma anche una considerazione di quel momento così importante del quale nessuno parla…».

Nel 2018 hai scritto - con i Decibel - “Lettera dal Duca”, un brano dedicato a David Bowie… Bowie e Reed, due perdite immense per la musica...

«Beh, se sono qui ora, lo devo in gran parte a loro... Sono stati due che non hanno mai pensato al mercato: Bowie, ad esempio, cambiava, mutava, nel momento in cui si trovava all’apice di qualsiasi situazione musicale. Mentre Lou Reed era totalmente refrattario al successo… Ricordo quando l’ho intervistato: aveva appena pubblicato “Lulu” (Warner, 2011), l’album che ha realizzato con i Metallica. E in lui, in quell’occasione, ho notato proprio il disprezzo - che non aveva nessuna intenzione di nascondere - nei confronti di tutto quello che stava accadendo alla musica...».

Un po’ come quando nel 1975 aveva pubblicato “Metal Machine Music” (RCA, 1975)...

«Esatto, proprio così...».

Hai notato questa grande rivoluzione - quella di cui tutti parlano - all’ultimo Festival di Sanremo?

«All’Ariston c’era un clima di grande nervosismo... Purtroppo, la gavetta dei giovani cantanti è la guerra che si fanno ai talent… Non è colpa di questi ragazzi, il mercato è cambiato, ma la palestra, dal mio punto di vista, va fatta in un altro modo…».

Non è anche una questione di avere qualcosa da dire?

«Oggi cantare è una rivalsa sociale, non inseguire qualcosa che hai dentro… Si prova ad avere successo, in tutti i modi: o fai l’influencer o fai il cantante, perché, alla fine, lo spirito è lo stesso...».

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