L’artista-falegname Flavio Bertinotti, classe 1961.
CANTONE
21.01.19 - 06:010

Quando il legno è custode di ricordi e sofferenza

È aperta al pubblico ancora fino a venerdì 25 gennaio nella corte della Sopracenerina di Locarno la mostra “Memorie scolpite nel legno”

LOCARNO - Un legno cullato, tagliato, limato, levigato con inalterata passione. Una vita passata tra le polveri e i profumi inebrianti del pino, del castagno, del noce. Parliamo dell’artista-falegname Flavio Bertinotti (classe 1961) che, dopo avere passato l’infanzia in Piemonte, si è trasferito in Ticino. Marito e padre di due figli, oggi vive a Brione sopra Minusio.

Da quindici anni a questa parte, la sera, terminato il lavoro in falegnameria, realizza sculture in legno. «Motivato dall’amico Marco Erba, dallo scultore Pier Casè e dal critico d’arte Dalmazio Ambrosioni - ci spiega Flavio - ho allestito questa mia prima esposizione».

Ventisei opere in tutto, di medie e grandi dimensioni - «una oltrepassa anche i due metri di altezza», precisa l’artista -, realizzate negli ultimi quattro anni sulla base dei ricordi «di mio padre e dei miei nonni, che, loro malgrado, hanno vissuto le atrocità della guerra». Ricordi che Flavio ha trasformato in autentiche opere d’arte, capaci di evocare emozioni forti, osservando nel nostro tempo i fantasmi del passato.

Flavio, in queste tue opere il legno si trasforma in un custode di memorie, in un custode di sofferenza. Da dove nasce la scelta di focalizzarti anche su questo tema, sviluppato su accadimenti che tu, fortunatamente, non hai vissuto in prima persona? Non credo sia stato semplice.

«No, non è stato semplice. Ma dopo un periodo passato in ospedale, durante il quale mi sono confrontato con il dolore fisico, ho ripensato a quei racconti fatti di dispiacere, di paura, di morte, che ascoltavo da bambino. Nei due conflitti mondiali ho perso zii e prozii. E ricordo ancora come se fosse oggi il dolore nella voce dei miei nonni. Tutta quella sofferenza non poteva e non doveva essere dimenticata: andava scolpita all’interno di un materiale massiccio, in grado di durare nel tempo...».

Cosa ti dà il legno?

«Per me lavorare il legno è poesia. E questa poesia la porto con me fin da bambino, ossia da quando osservavo mio padre e mio nonno tagliare e levigare tronchi e assi per ricavarne un mobile».

Immagino che il tipo di legno cambi a seconda del soggetto di una specifica scultura: per queste opere cosa hai utilizzato?

«Il castagno, che già di per sé è un legno sofferto. Da alcune radici, ad esempio, hanno preso forma dei volti. Volti colmi di sofferenza, di paura».

Prima di concludere: pensi che in un prossimo futuro avremo modo di potere ammirare le tue opere anche qui nel Sottoceneri?

«Non c’è ancora nulla di stabilito, ma non nascondo che non mi dispiacerebbe affatto portare l’esposizione anche a Lugano o a Mendrisio…». 

 

 

 

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