LOCARNO
05.08.18 - 14:350

Sullo sfondo di #metoo, cinque donne e i loro corpi

Nell’epoca dello scandalo Weinstein e del #metoo, il film #Female Pleasure denuncia la demonizzazione della sessualità femminile

LOCARNO - Interminabili applausi alla fine del film, quasi una forma di catarsi dopo avere visto sullo schermo le testimonianze sconvolgenti di diverse donne che si sono ribellate alla violenza, agli abusi e alle umiliazioni. Un film di testimonianza dedicato al rafforzamento dei diritti delle donne del mondo intero, che in entrata mostra una sequenza di immagini pubblicitarie sessiste, dove il corpo della donna è mercificato.

Il Locarno Festival lo presenta così: #Female Pleasure si schiera a favore della liberazione della sessualità femminile nel XXI secolo mettendo in dubbio sia millenarie strutture patriarcali, sia la cultura porno, divenuta ormai onnipresente. Il film accompagna cinque donne straordinarie per tutto il globo, rivelando legami universali e mostrando in che modo queste persone coraggiose sono riuscite ad affermare la loro sessualità in nome di un rapporto egualitario e gioioso tra i sessi. Sullo schermo incontriamo dunque cinque donne determinate e meravigliose di cinque religioni diverse. Cinque donne che si oppongono alla demonizzazione della sessualità femminile.

Demonizzazione figlia dell'aumento del fanatismo religioso in base al quale gli uomini si arrogano il pieno diritto sul corpo delle donne. Le protagoniste mostrano la loro ricerca di una realizzazione a loro negata in questo mondo ipersessualizzato, dove il corpo della donna è tornato violentemente ad essere oggetto, merce, persino luogo di mortificazione e di morte.

#Female Pleasure, proposto con successo dalla Settimana della critica, è risolutamente un film sul diritto all'autodeterminazione sessuale per tutte le donne. E ci riporta ai cardini della liberazione sessuale degli anni Settanta: “Il corpo mio e lo gestisco io”. In questo film emerge in modo molto chiaro la straordinaria forza delle donne e la volontà di autoderminazione, che
permette di superare le sofferenze e le frontiere di culture e mentalità in cui la donna non è uguale all’uomo.

Con il suo giro del mondo attraverso l’esistenza e il percorso di cinque donne, la regista svizzera Barbara Miller mostra in modo molto efficace una costante che attraversa le culture: la donna è prima di tutto un corpo. Su questo corpo lei non ha diritti, è una proprietà altrui destinata alla procreazione e al piacere maschile. È uno strumento di provocazione che va controllato, punito, nascosto. Qualcosa di cui vergognarsi. E in un pesante clima di restaurazione culturale come quello che contraddistingue la società attuale, si vorrebbe azzerare la rivoluzione sessuale spinta dal movimento femminista e dalla rivolta del ’68.

Vecchi discorsi? Vecchie cose note? Eh no, discorsi attualissimi. Nel film il sommarsi dei racconti, l’alternarsi di storie così diverse ma così identiche, crea uno scenario a dir poco inquietante. Del resto l’ottima Loretta Zanardo, scrittrice, è da anni che richiama l’attenzione sul tema. Il suo documentario “Il corpo delle donne” denuncia infatti l’uso del corpo femminile in televisione,
evidenziando come un certo tipo di rappresentazione della donna costituisca una forma di violenza.

Nel film di Barbara Miller #Female Pleasure gli schemi dei soprusi e delle violenze vissute dalle donne, si somigliano e vengono replicati in culture e religioni totalmente diverse, da quella
indiana a quella nipponica fino alla comunità chassidica di Brooklyn e al clero cattolico. Pare impossibile e paradossale, eppure uno dei pochi punti d’incontro fra religioni spesso in conflitto tra loro, è proprio l’odio verso le donne.

#Female Pleasure ci mostra le realtà di queste donne, la loro lotta quotidiana, la loro sofferenza giorno per giorno: l’adolescenza in una comunità ebraica ortodossa vissuta con la vergogna per il proprio corpo che si sviluppa, che cambia forma, che si definisce con altri tratti con cui bisogna imparare a vivere e a convivere; i racconti di chi ha subito la tortura dell’infibulazione, ancora bambina; i tentativi di formazione e informazione in India, dove su una piattaforma on line si educa alla sessualità responsabile.

Ma ci sono anche vicende più ironiche, come quella dell’artista giapponese arrestata per aver creato un calco della propria vagina. In un paese dove nel corso della festa della fertilità si esibiscono falli giganteschi e si gustano gelati a forma di pene, il calco della vagina costituisce scandalo e reato, a cui chiaramente l’artista si opporà uscendone vittoriosa.

«Nell’epoca del caso Weinstein e del #metoo – scrive bene Chiara Fanetti per la Settimana della critica - il film ci ricorda che le violenze di oggi sono figlie di culture e religioni millenarie, non sono crimini emersi con la società moderna. Questo non ci consola ma sottolinea come questi abusi siano stati tollerati fino ad ora proprio perché si sono mascherati da tradizioni e sono stati nascosti sotto il tappeto della Storia, delle grandi confessioni religiose, delle istituzioni, del tramandarsi di riti e di ruoli. Quello che in molte hanno avuto il coraggio di denunciare oggi è opera di colpevoli che vanno ricercati non solo nella storia recente ma attraverso i secoli, e questo film ha il merito di farlo».

Settimana della critica: da rivedere lunedì 6 agosto, ore 18.30, L’altra Sala

https://www.femalepleasure.org/italiano/

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