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REGNO UNITO/CANTONE
10.07.18 - 06:010
Aggiornamento 09:59

Slowdive, tutti i dettagli di una rinascita

Neil Halstead (voce, chitarra, tastiere) racconta gli Slowdive, che il prossimo 25 luglio vedremo al Ciani di Lugano sul palco del Roam Festival di LongLake

READING/LUGANO - Tra i maggiori esponenti della scena shoegaze nella prima metà degli Novanta, il combo britannico - con la line-up originale che conta Halstead, Rachel Goswell (voce, chitarra), Nick Chaplin (basso), Christian Savill (chitarra) e Simon Scott (batteria) - alle nostre latitudini presenterà il quarto album, omonimo, piombato sugli scaffali dei negozi di dischi - tramite Dead Oceans - il 5 maggio 2017, ossia 22 anni dopo il precedente “Pygmalion” (Creation, 1995). Un album, quest’ultimo, che, dopo sei anni di attività, portò Halstead in territori sperimentali e, di conseguenza, la band a sciogliersi…

Neil, raccontami come ha preso forma la reunion, dopo quasi due decenni di inattività degli Slowdive...

«Quattro anni fa, nel corso di uno show che tenni in solitaria a Londra, Rachel mi raggiunse sul palco per un paio pezzi. Ad assistere alla performance, nel pubblico, anche Nick, Christian e Simon. Subito dopo, incominciammo a parlare di un’ipotetica reunion, ma in grandi linee... Raccogliemmo le idee in seconda battuta. Idee che assunsero però una forma più definita nel momento in cui, l'anno successivo, il Primavera Sound Festival (Barcellona) ci propose di prendere parte alla rassegna. Ci incuriosiva rivederci insieme sul palco, per cui accettammo…».

In quasi due decenni si cambia…

«Ho l’impressione che l’interesse verso la musica sia rimasto immutato per tutti. Credo sia cambiato il nostro approccio, più maturo e più lento, verso di essa… All’epoca, d’altra parte, eravamo tutti poco più che ventenni…».

Che vuoi dirmi del processo di lavorazione di questo nuovo disco?

«Nel 2015, con l’intento di mettere su nastro le prime idee, siamo tornati nella medesima sala in cui, sul finire degli anni Ottanta, registrammo la nostra prima demo: il Whitehouse Recording Studio di Weston-super-Mare, nel Somerset… Lo sviluppo delle otto canzoni contenute nell'album è partito da quelle primissime incisioni…».

Le registrazioni definitive sono state però effettuate altrove…

«Sì, in altri quattro studi. Tra gli altri, anche al Courtyard di Abingdon (Oxfordshire), dove presero forma i nostri primi tre album, “Just For A Day” (Creation, 1991), “Souvlaki” (Creation, 1993) e “Pygmalion” (Creation, 1995). Alcuni passaggi registrati al Whitehouse figurano comunque all’interno delle tracce…».

Potresti analizzare i testi delle canzoni?

«Hanno a che fare con il passare del tempo, con le relazioni… Temi, questi, su cui abbiamo costruito anche i dischi precedenti. Ma ora riflessioni e impressioni prendono forma da un’altra visione, da una visione inevitabilmente più matura...».

Che hai ascoltato nel corso del processo di lavorazione?

«Nei momenti in cui sono al lavoro su nuovo materiale non ascolto nulla... Questo per sfuggire da qualsiasi distrazione. E per evitare di farmi influenzare…».

Quindi, non possiamo parlare affatto di influenze confluite nel disco…

«Posso dirti che abbiamo voluto affidare il mix del disco a Chris Coady, il quale, come sai, ha lavorato su buona parte delle produzioni dei Beach House… Produzioni che amiamo molto…».

Perché la scelta di intitolare il disco “Slowdive”? Normalmente il primo è un album omonimo...

«Sì, è vero. Ma per noi questo disco è un nuovo inizio, una nuova partenza. Una rinascita…».

Info: slowdiveofficial.com

Prevendita: biglietteria.ch

 

 

 

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