LUGANO
30.04.18 - 06:010

«”Stomp”? È come una grande famiglia»

Il famosissimo spettacolo di recitazione, danza e percussioni non convenzionali sarà al Lac questa settimana

LUGANO - C’è davvero bisogno di introdurre “Stomp”? Nato nel Regno Unito, lo spettacolo che unisce danza, teatro e percussioni non convenzionali - e che sfruttano tutta una serie di oggetti
quotidiani - è ormai un’istituzione da quasi 30 anni. Composto da diverse compagnie che girano il mondo tutto l’anno "Stomp" arriverà anche sulle rive del Ceresio con due spettacoli al Lac il 5 e il 6 maggio.

Per l’occasione abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Guido Mandozzi, che fa parte del progetto da più di dieci anni. Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Guido, chi sei e cosa fai in “Stomp”?

«Ciao! Come il mio nome e il mio cognome lasceranno supporre sono inglese ma ho origini italiane, abruzzesi per la precisione. I miei si sono trasferiti in Inghilterra 50 anni fa e io sono
nato qui. Lavoro con "Stomp" da 13 anni, l’ho portato sui palchi di tutto il mondo. Io sono attore di formazione, ho fatto anche Shakespeare, ma da giovane ho anche studiato percussioni e la
batteria. In “Stomp” siamo tutti un po’ così, eclettici e con percorsi differenti. È questa è la nostra forza. Anche se siamo diverse compagnie siamo come una grande famiglia, ci conosciamo tutti».

Come hai fatto a entrare nel cast?

«È stata una selezione enorme (ride), ai tempi avevo visto l’annuncio della produzione che era in cerca nuovi membri. Allora sono andato al teatro a vedere lo spettacolo, una pomeridiana di domenica, e dopo mi sono detto: "Sì, mi piacerebbe proprio farlo!". Mi sono presentato il giorno delle selezioni e c’erano 1’500 persone per 5 posti disponibili! È stato un processo lungo strutturato in stile workshop ed è durato una settimana. Alla fine siamo rimasti in 15 e con questo gruppo ristretto si è lavorato un po’ sullo spettacolo vero e proprio. Alla fine mi hanno preso, e… sono ancora qui!».

Tu sei anche percussionista: è un prerequisito fondamentale o sul palco si finisce per diventarlo… per forza?

«In realtà è tutto molto più organico di come si pensi: funziona in maniera spontanea e assolutamente non rigida. La cosa importante è quello che tu porti e il tuo percorso personale. Io preferisco i ruoli più dinamici, recitati e anche comici. Ma questo perché sono un attore di formazione. I percussionisti duri e puri si concentrano su quello, magari restano un po’ più ai
lati della scena, diciamo. Ci insegniamo sempre cose nuove l’un l’altro, sia per la parte musicale, sia per quella recitata o quella danzata. È un processo costante in cui si cresce tutti assieme. Per questo proviamo tanto, ogni giorno, anche prima degli spettacoli. Ci teniamo a dare il massimo e penso che questo al pubblico passi».

Com’è cambiato “Stomp” in tutti questi anni?

«Diciamo che è uno spettacolo che si evolve e muta costantemente, questo perché anche le persone che ci lavorano cambiano, ogni nuova aggiunta porta del suo. Questo è ancora più evidente nei momenti di improvvisazione che sono una parte importante del totale. Diciamo che circa il 25% dello spettacolo è improvvisato sul momento, seguendo l’ispirazione ma anche lasciandoci influenzare dal pubblico e dal luogo in cui ci troviamo».

Le coreografie sono complesse e anche spericolate, c’è il rischio di farsi male?

«Sì, eccome! (ride). Per questo facciamo le prove così spesso, per evitare brutte sorprese con gli “strumenti“ che usiamo, con alcuni c’è davvero il rischio di farsi male! In generale quando siamo in tournée è importante prendersi del tempo, magari con un massaggio o altre terapie. Come gli sportivi professionisti. I dolori e i dolorini fanno parte del nostro lavoro, giusto per capirci mentre stiamo parlando mi fanno male entrambe le ginocchia e la schiena. Per fortuna domani ho un po’ di tempo e farò un salto alle terme (ride)».

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