Kety Fusco, 25 anni.
CANTONE
09.04.18 - 06:010
Aggiornamento : 10.04.18 - 12:03

Kety tra emozioni contrastanti, arpa e synth

Oggi l'arpista Kety Fusco pubblicherà “Tears & Drops”, secondo brano legato al percorso di matrice electro da lei intrapreso qualche tempo fa

LUGANO - Venticinque anni, di formazione classica, oggi Kety è una musicista professionista. Di base a Lugano, alterna l'attività di concertista classica a quella di insegnante presso scuole e accademie della Svizzera italiana. Al di fuori dell'ambito classico, nel 2017 l'abbiamo vista sul palco e in studio di registrazione con la Wicked Orchestra di Peter Kernel, ossia il duo luganese condiviso da Aris Bassetti e Barbara Lehnhoff.

Nel contempo, Kety ha esplorato nuove sonorità, costruite con arpa elettrica, synth e live electronics: in gennaio ha pubblicato il primo brano, “Floating Fragments”, e da oggi, in rete, troviamo il secondo, “Tears & Drops”. Composizioni - disponibili in download gratuito sulla pagina ketyfusco.bandcamp.com - da cui trasuda un’accurata ricerca sonora al servizio di un’elevata dose di sensibilità, compositiva ed esecutiva.

Kety, come ha preso questa nuova composizione?

«Lo scorso autunno ero in tour in Europa e stavo attraversando un momento molto particolare: da poco avevo iniziato a comporre dei brani originali e, nel contempo, mi stavo affacciando all’improvvisazione. D’un tratto, ho capito di essermi immersa in qualcosa di nuovo che non sapevo come descrivere a parole; nemmeno a livello emotivo riuscivo a dare una forma ai miei pensieri. Finché un giorno ho sentito di dover sfogare quel sovraccarico di sensazioni: quando ho preso in mano l’arpa mi sono uscite cascate di arpeggi. Vivevo emozioni contrastanti, che talvolta leggevo in maniera molto empatica, mentre di tanto in tanto ero in grado di staccarmele quasi come se non fossi io a viverle. Questo è stato l’inizio di “Tears & Drops”».

C’è un filo conduttore tra questo e il singolo precedente, “Floating Fragments”?

«Credo sia proprio la storia dalla quale entrambi sono nati. In “Floating Fragments” vedevo me stessa scomposta in frammenti. Frammenti che fluttuavano in una dimensione a me sconosciuta, come se mi fossi spezzata in tante piccole parti. Parti che rimanevano sospese in aria. Poi, questa strana dimensione ha iniziato a riempirsi di lacrime, di gocce (“Tears & Drops”). Quindi, posso immaginare che il filo conduttore sia questa sorta di dimensione personale nella quale tutto è frantumato e sospeso. I prossimi brani che pubblicherò saranno la continuazione della storia».

Com’è accaduto per “Floating Fragments” anche “Tears & Drops” avrà il suo videoclip?

«Ho deciso di raffigurare “Tears & Drops” con un’immagine piuttosto minimale: io che cerco di dirigere delle nuvole cariche di acqua ed elettricità come se fossi un direttore d’orchestra. In effetti, non è un vero e proprio videoclip, ma più una sorta di cartolina animata».

Poco fa parlavi della realizzazione di altri brani. Queste due composizioni anticipano quindi un progetto discografico più ampio? Un ep, un album?

«Per ora l’idea è quella di pubblicare in rete altri due brani - già pronti - che, con “Floating Fragments” e “Tears & Drops”, rappresentano la prima parte della storia. Al momento sono già al lavoro sulla seconda, ma non ho ancora deciso se mettere tutto quanto su disco o meno. Ci penserò. Per ora preferisco concentrarmi sulla composizione e sulla preparazione del live».

Da un mondo prettamente classico, come ti sei avvicinata alla musica elettronica?

«Grazie al grande amico e musicista Zeno Gabaglio. Frequentavo il Conservatorio della Svizzera italiana e lui era mio docente nel corso d’improvvisazione libera. In quella particolare materia aveva rilevato un mio potenziale nell'andare oltre i canoni classici, così come oltre un certo tipo di ambiente accademico, che non sempre valorizza l'approccio creativo. Proprio quella creatività che in quel momento avevo bisogno di esprimere. Senza pensarci troppo ho seguito il suggerimento, imboccando la mia strada, quella di un percorso musicale personale. E per la prima volta non mi sono sentita soltanto un’arpista, ma una musicista con davanti tutte le possibilità espressive di questa arte. Ho imparato a collegare cavi, pedali, mixer… Ho analizzato e cantato canzoni orribili, altre interessanti, ho letto diversi libri - non unicamente musicali - e poi mi è toccato scegliere, con l'avvertenza che se avessi intrapreso seriamente questo nuovo percorso non avrei avuto una vita facile: così ho deciso di provarci».

Il progetto elettronico di per sé, come ha preso forma esattamente?

«La svolta, per me, è stata l’arpa elettrica. Dopo una serie di ricerche, e durante la composizione di alcuni brani, sentivo che l’arpa classica non mi permetteva di esprimere alcune sonorità che mi ronzavano in testa. Così, con i consigli di Zeno, mi sono pian piano organizzata. Man mano che componevo capivo ciò che mancava: inizialmente, mi sono procurata un delay, poi un riverbero e, successivamente, il pedale dei bassi, il synth e la loop station. Senza nemmeno accorgermene mi sono ritrovata tra le mani - e i piedi - un bel set up che sto ancora raffinando».

Quali i tuoi musicisti di riferimento in questo caso?

«Pensando alla domanda mi sono resa conto che sono molto affascinata dalla musica di Alva Noto, di Ryuichi Sakamoto e di Nils Frahm. Direi però che il mio grande amore musicale è Yann Tiersen».

Mentre in ambito prettamente classico chi sono i compositori da cui trai maggiore ispirazione?

«Ho sempre avuto un debole per la musica francese di metà Ottocento, così come per autori strettamente legati all’arpa, come Marcel Grandjany. Oppure per compositori più conosciuti come Gustav Mahler ed Eric Satie. Inoltre, soprattutto negli ultimi anni della mia formazione, ho coltivato un forte interesse per compositori contemporanei, quali Riccardo Chailly o Murray Schafer che, tra l’altro, ho portato anche all'esame di Master al conservatorio».

In questi ultimi anni hai condiviso il palco con numerose celebrità: chi ti ha colpito di più?

«Sono una persona curiosa. Mi affascina la musica vissuta intensamente dall’artista che la sta proponendo. Il mio cuore non fa distinzione tra la celebrità o l’artista alle prime armi. Una musica mi colpisce quando è vera e fatta con il cuore. Anche se è lontana anni luce da ciò che propongo io. Se proprio devo fare un nome, dico Mario Batkovic: ha saputo reinventare l’approccio alla fisarmonica. È potentissimo».

Sei una musicista professionista: è ancora difficile vivere di sola musica in una piccola realtà come la Svizzera italiana?

«Diciamo che non è evidente. Sono docente di arpa in due scuole private ed è questa attività principale che mi permette di sopravvivere, così come di avere il tempo necessario per poter sviluppare il mio percorso musicale. È un ottimo territorio per creare e testare progetti, ma concretamente, se volessi vivere solo della musica che compongo, dovrei crearmi una rete di contatti in grado di farmi girare tutto il territorio elvetico e l’Europa: la Svizzera italiana, purtroppo, è troppo piccola per garantirmi un’attività sicura e costante».

Quando presenterai “Floating Fragments” e “Tears & Drops” dal vivo?

«In questo momento sto proprio lavorando alla preparazione del live. Non appena sarò pronta, mi attiverò per fare qualche data in Ticino».

Domanda inevitabile, per concludere... Sei “quasi omonima” dell’attrice Ketty Fusco: siete parenti?

«Io e Ketty veniamo dalla stessa terra: il sud Italia. Chi lo sa, magari siamo parenti, ma l’unica volta che ho avuto l’occasione di incontrarla non ho indagato...».

Info: facebook.com/ketyfusco

 

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