INTERVISTA
13.12.17 - 06:010
Aggiornamento : 10:16

Giorgia Würth: «Il caso Weinstein? Asia Argento poteva anche dire di no»

L'attrice Giorgia Würth, in procinto di diventare mamma, si racconta a 360 gradi. Dal suo programma notturno su Rete Uno, a cosa direbbe a Fabio Regazzi che due anni fa le diede della “sciacquetta"

LUGANO - Da due anni è una voce radiofonica alla RSI, dove conduce una trasmissione serale. Attualmente la vediamo anche sulla tv italiana con la fiction “Le tre rose di Eva”, e sempre in Rsi con “Casa Flora”. Ma di recente hanno fatto notizia le sue foto pubblicate su Instagram dove si è mostrata con un pancione. Stiamo parlando di Giorgia Würth. L’attrice italo-svizzera è in dolce attesa. È felice. Ma vorrebbe parlare d’altro. Di lavoro soprattutto. «Sono riuscita a tenere tutto nascosto fino al settimo mese. poi mi hanno paparazzata e la cosa è diventata di dominio pubblico. A quel punto ho voluto comunicarlo io stessa su Instagram». Silenzio assoluto sul sesso del nascituro, e sul papà. «Dico solo che partorirò in Svizzera e sarà a gennaio». Per il resto preferisce parlare di lavoro.

Parliamo allora della tua nuova vita luganese.
«Vivo un po’ in Ticino e un po’ in Italia. Una vita un po’ sdoppiata, e mi piace molto così. Mi sta appassionando a questa esperienza radiofonica. Mi piace farla di notte, quando la gente è più tranquilla».

Come ti prepari alla diretta?
«Faccio tutto da sola. Sono anche autrice. Parto dall’attualità, racconto storie che mi hanno colpita. Prendo spunto dai feedback degli ascoltatori, ascolto quello che hanno da dire, alcuni mi raccontano episodi della loro vita, e  trovo che sia bellissimo».

E nel tempo libero cosa fai?
«Lunghe passeggiate alla ricerca di posti incantevoli. Ho scoperto di recente Corippo. Me ne sono innamorata. Sembrava di essere su un set cinematografico. In Ticino ci sono dei borghi bellissimi. Ho un’adorazione particolare per il laghetto di Origlio. Lì riesco a trovare una pace straordinaria. Ad Origlio ci ho ambientato anche il mio secondo romanzo. Spero un giorno di avere una casetta proprio lì».

Insomma una vita molto diversa da quella romana.
«Sono finiti i tempi della discoteca. In realtà non l’ho mai amata tantissimo. Diciamo che sono sempre stata una un po’ vecchia dentro».

Nessun difetto dunque sul Ticino?
«In alcuni momenti è un posto un po’ atavico. Non capisco perché i negozi debbano chiudere così presto. Soprattutto nei weekend. Non dico di lavorare fino a notte, ma almeno di avere orari più flessibili».

Ora che qui ci lavori e conosci meglio la realtà locale è cambiata la tua idea sul Ticino rispetto a prima?
«Sì, decisamente. L’immagine che si ha della Svizzera è quella di un paese, perfetto, preciso e ricco. Ma non è solo questo. C’è anche molta umanità. È un paese dai contrasti estremi. Da una parte c’è una forte accoglienza verso chi ha bisogno, verso chi vive situazioni meno agiate, che sfocia in gesti commoventi di aiuto, dall’altra parte però c’è una forma latente di razzismo, di paura del diverso, di chiusura verso chi magari non parla perfettamente il dialetto ticinese».

Lo stesso tuo arrivo in radio non fu salutato benevolmente. Un politico, Fabio Regazzi, usò parole impietose su di te. Ricordi?
«Certo che ricordo. Ero appena arrivata a Lugano, avevo anche un po’ di ansia da prestazione lavorativa, mi sentivo col fucile puntato come se ci fosse qualcuno che non aspettava altro che io sbagliassi. Inizialmente pensai di essere finita su Scherzi a parte. Poi, capii che Regazzi voleva attaccare la Rsi puntando sul pesce piccolo. Non potendo criticarmi sulla nazionalità, dato che sono svizzera a tutti gli effetti, mi criticò duramente sui ruoli che avevo interpretato al cinema. Lo trovai molto avvilente».

Perché non dicesti nulla? Ne parli ora qui per la prima volta.
«Perché capii che ero il capro espiatorio per un attacco politico all’azienda. Trovai la situazione penosa: se hai bisogno di dover strumentalizzare così qualcosa, vuol dire che non hai argomenti validi. Mi rincuorò il forte sostegno da parte della Rsi, dei colleghi e delle tante persone sconosciute».

Se oggi dovessi incontrare Regazzi cosa gli diresti?
«In tutto questo tempo non l’ho mai incontrato. Mi piacerebbe incrociarlo e vedere se ha il coraggio di dire le stesse cose che aveva scritto su di me guardandomi negli occhi».

Attualmente il pubblico ticinese ti vede anche in Casa Flora. Come è stato lavorare su un set svizzero?
«È come stare in famiglia. C’è un forte senso della squadra. Tutti hanno importanza. In Italia invece c’è una scala gerarchica. In cima trovi il produttore. Sotto di lui tutta una serie di personaggi».

All’ultima edizione del festival di Roma hai presentato un tuo documentario su Sandra Milo. Come mai?
«Perché Sandra Milo ha un baule di cose da raccontare, e io ho deciso di raccontarle. È una donna  che crea dipendenza. È come una droga. Una volta che la conosci non puoi più lasciarla. Ha 84 anni ed è più moderna di tante altre donne più giovani».

Su quale altro personaggio ti piacerebbe realizzare un documentario?
«Mi piacerebbe dirigere ancora Sandra Milo, ma questa volta in un film. Sto cercando la storia giusta».

Che idea ti sei fatta sul caso Weinstein e tutte queste storie sugli abusi sessuali nel mondo del cinema?
«Ricevere delle avances non vuol dire subire violenza. La donna puo’ dire di no, se non le va. Nel momento in cui dico sì, non posso di certo - dopo venti anni - venire a dire che sono stata violentata. In quel caso non si chiama violenza, bensì baratto. Se accetti di fare una cosa ti prendi le tue responsabilità, altrimenti dici di no e te ne vai. La vita è fatta di scelte. E ogni scelta comporta una rinuncia».

Dunque nessuna solidarietà con Asia Argento?
«Solidarietà con chi ha detto no, scegliendo di rimanere a fare la cameriera piuttosto che perdere la propria dignità. Solidarietà con chi ha avuto il coraggio di denunciare a suo rischio e pericolo, prima che diventasse una moda, e senza le luci dei riflettori. Asia Argento ha raccontato dopo venti anni di essere stata stuprata da Weinstein. Ma con lui ha realizzato due film e si è fatta fotografare sorridente e abbracciata  accanto al produttore. Non posso provare nessun tipo di empatia o pietà, ma solo rabbia e indignazione perché lo stupro è una cosa drammaticamente seria. La ragazza polacca abusata sessualmente a Rimini, quello sì che è uno stupro, ma non un ricco produttore cinematografico che ti offre una parte».

Nel vortice delle accuse è finito anche il regista italiano Fausto Brizzi. Tu hai avuto una relazione di quattro anni con lui.
«Non ho nulla da dichiarare. Non voglio alimentare un processo mediatico prima che ce ne sia stato uno giudiziario. Non voglio far parte di questo circo voyeuristico e fuori controllo dove ognuno non vede l’ora di sputare sentenze».

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