Broken Arms Games
Italia
06.08.21 - 06:300
Aggiornamento : 09:02

Le regole dell’enologo perfetto... in un videogioco

Da Basilea all’Australia. La storia di Yves Hohler, co-fondatore di Broken Arms Games,

che ha sviluppato Hundred Days, un videogioco per diventare veri enologi

CASSINASCO - Diventare un intenditore di vino grazie a un gioco elettronico. L’ultima novità arriva da Yves Hohler, 36enne nato a Basilea, che ancora bambino lascia la Svizzera per andare a vivere in Piemonte, a Cassinasco, in un casale circondato da vigne. È il 1990. A un anno dal loro arrivo in Italia esce la prima bottiglia ufficiale della famiglia. Trent’anni dopo Yves Hohler, con la Broken Arms Games, mette in vendita Hundred Days, un simulatore di azienda vinicola.

Dalle vigne ai computer, qual è stato il suo percorso?

Non ho mai fatto scuole in Svizzera. Infatti so parlare lo Schwyzerdütsch, ma non lo so scrivere. Dopo le medie, ho intrapreso un percorso di enologia in una scuola ad Alba. La formazione è durata sei anni. Ma ero anche molto appassionato di tecnologia, computer e videogiochi, perciò all’università mi sono iscritto alla facoltà di informatica di Alessandria. Purtroppo non ho mai finito il corso perché nel 2007 mia mamma è venuta a mancare e nel 2008 sono tornato a casa. Ho cercato di tenere insieme la famiglia e anche l’azienda vitivinicola. Dopo un anno mi sono scontrato con mio padre e sono andato via di casa. Sono andato a dormire sul divano di un mio amico e lì ho iniziato a programmare videogiochi.

Quando e con chi ha fondato Broken Arms Games?

In università ho conosciuto Elena e Giulio, con loro mi sono spostato a Torino, dove fino al 2010 ho lavorato come dipendente in un’azienda. Di notte lavoravamo tutti insieme ai nostri giochi. Avevamo 22-23 anni, quindi le forze c’erano. Dopo nemmeno due anni ci siamo accorti che non era più vivibile come situazione, abbiamo lasciato i nostri impieghi diurni e abbiamo fondato Broken Arms Games in Australia. Era il 2013. Eravamo stati selezionati da un acceleratore di start-up australiano e quindi siamo partiti per un anno.

Come è nata l’idea di Hundred Days?

Durante un aperitivo un grosso editore dei videogiochi ci ha chiesto come mai non avessimo ancora programmato un gestionale vitivinicolo. L’idea in realtà c’era sempre stata. Dei vari prototipi a cui avevo lavorato ce n’era uno che si chiamava Corkman e il personaggio era un tappo di bottiglia con le braccia e con le gambe che correva e saltava come Super Mario.

Qual è il concetto base del gioco?

Ci sono un sacco di persone che vorrebbero sapere di più di vino, ma non osano chiedere. Esempio: sei a una cena e c’è qualcuno che ne sa di vino e che, di solito spavaldamente, racconta della fantomatica bottiglia da migliaia di euro che ha bevuto e poi ci sono le persone che si sentono un po’ intimorite. E quindi si forma questa idea che parlare di vino è una cosa elitaria. Il nostro obiettivo era democratizzare il dibattito sul vino. Perciò il gioco non richiede particolari skills perché deve essere super accessibile e ognuno può giocare con il proprio tempo. 

Da quando è in vendita Hundred Days e su quali piattaforme?

Il gioco è uscito il 13 maggio in versione pc e su Stadia. Le vendite stanno andando molto bene, siamo oltre le 17’100 copie, che per uno studio come il nostro ci garantiscono di portare avanti il gioco per ancora un anno senza problemi. A fine settembre uscirà anche su mobile e a fine anno su Nintendo switch e Playstation.

Produce ancora vino?

Mio padre ha smesso. Io continuo a produrre 2’000 bottiglie all’anno di Barbera d’Asti. Forse un giorno tornerò a lavorarci full time. È una passione che non ho mai perso.

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