Foto di Debora Tallarico
SUPSI
17.12.18 - 07:000

L’ingegneria civile, un sostegno per il prossimo

Intervista a Urim Qovanaj, laureando in ingegneria civile SUPSI

 

Parlaci di te...

Ho 23 anni, sono nato in Kosovo, cresciuto in Toscana, residente a Berna e studente “fuori sede” alla SUPSI.

Perché l’ingegneria civile?

Avendo vissuto la guerra, e poi il dopoguerra, vedendo tutta quella distruzione ho sempre sognato di contribuire alla ricostruzione del mio Paese. È questo sogno che mi ha portato all’ingegneria civile. Ora sto per iniziare questa bellissima professione, ma spero di non dover mai rimediare ai disastri di un conflitto, piuttosto vorrei progettare e costruire il benessere delle persone.

Il tuo percorso di studi? 

Mi sono trovato in un ambiente famigliare. Ho apprezzato molto la possibilità di partecipare a progetti interdisciplinari grazie ai quali ho potuto conoscere altre professionalità e studenti di altri corsi di laurea. È stata particolarmente significativa l’esperienza fatta in Africa con gli studenti in architettura SUPSI. Ad Awassa abbiamo progettato e costruito, insieme agli universitari etiopi, una sala multiuso per un asilo, utilizzando materiali e tecniche locali. Il confronto fra i diversi approcci è stato arricchente.
In Etiopia mi ha colpito il contrasto fra le città che sono in grande sviluppo e la periferia in cui le persone vivono nelle capanne. Ho potuto riflettere sul fatto che talvolta non ci rendiamo conto delle cose preziose che abbiamo.

Hai un motto personale?

No, ma vorrei condividere una sorta di “principio” ingegneristico molto intrigante, quello della “solidarietà statica”: sono gli elementi più rigidi a sostenere un carico maggiore rispetto agli altri, e così anche noi potremmo sostenere chi ha più bisogno.

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