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20.04.18 - 07:000

Il valore del dissenso creativo

«Studiare la storia dei modi di lavorare, dei rapporti dei lavoratori tra loro, dei rapporti gerarchici, può essere importante per immaginare le molte possibilità di lavorare»

 

Il 25 aprile all’Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale IUFFP si terrà un pomeriggio di studio pubblico con il Professore Giuseppe Longo, esperto tra l’altro di logica matematica e informatica e Direttore di Ricerca emerito presso l’École Normale Supérieure di Parigi. L’incontro, organizzato dallo IUFFP in collaborazione con la Conferenza della Svizzera italiana per la formazione continua degli adulti CFC e la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana SUPSI nell’ambito dell’Officina delle idee, offre uno spazio di riflessione e discussione aperto, critico e innovativo sulle modalità di trasmissione e elaborazione delle informazioni nell’era della digitalizzazione. In attesa dell’incontro a Lugano vi proponiamo una breve intervista con il relatore.

Professor Longo, come dobbiamo porci rispetto ai cambiamenti indotti dalla digitalizzazione?

L’impatto del digitale e delle reti informatiche sulla conoscenza e, quindi, sulla vita, è ricco di una struttura di origine matematica e di pratiche di implementazione. Non è quindi neutro, sia per i modelli che ci propone sia quando viene identificato con i fenomeni. I modelli matematici digitali, in fisica, in biologia, in scienze umane …, anche a causa della loro straordinaria potenza ed efficacia, portano il ricercatore non attento a non porsi il problema di come siano stati prodotti i dati, i bits e digits elaborati dai computers. Ovvero, c’è chi crede che i numeri siano ‘oggettivi’ siano già li, nel mondo. No, per produrre dei numeri, e la fisica ce lo insegna, bisogna scegliere gli osservabili da misurare, la ‘‘scala’’ di misura o metrica e gli eventuali strumenti; il risultato di tutto cio’ non è in generale un numero esatto, ma un intervallo, una approssimazione.
Un universo discreto, fatto solo di numeri digitalizzati, esatti, è estremamente fuorviante: spesso chi fa modelli digitali dei processi naturali, ed ancor peggio umani, dimentica le forti scelte teoriche richieste dalla misura (l’atto necessario a produrre un numero), inclusa la scelta dell’osservabile da misurare. È ancora più grave la situazione quando si identifica un processo naturale con l’elaborazione o la trasmissione dell’informazione digitale: la visione del DNA come programma di un computer ha fuorviato per decenni la ricerca in biologia – ne parlo a lungo in diversi articoli scaricabili dalla mia pagina web, anche in collaborazione con biologi. Da una parte quindi abbiamo a disposizione strumenti di calcolo e di interazione straordinari: l’elaborazione numerica di sistemi di equazioni, la simulazione diretta di tantissimi processi fisici e chimici, la modellizzazione, anche in biologia, hanno dato strumenti formidabili alla scienza. Le reti digitali l’hanno ulteriormente arricchita mettendo in contatto ricercatori lontani, facendo interagire gente diversissima (è meraviglioso avere una pagina web con tutto quel che si vuol comunicare reso pubblico al mondo). Dall’altra, un uso che non colga i limiti, il ‘‘bias’’, dovuto alle scelte implicite ed alla sua struttura discreta, fatta di valori numerici esatti, che non si guardi dalla possibilità che, come ogni rete molto estesa e fitta, Internet forzi tutti i nodi/utenti a divenire eguali, può grandemente ledere la costruzione di conoscenza, e, direi, la nostra stessa umanità. Se si comprano libri, si valutano ricercatori e studenti con criteri di “media” suggeriti dalla rete, la fisica del ‘‘campo medio’’ ce lo insegna: si diventa tutti grigi, si pensa tutti nello stesso modo, tutti in competizione per gli stessi fini ed idee.

Cosa può e deve insegnare la scuola (professionale) alle giovani generazioni?

Il problema è il nesso tra formazione, lavoro e il Mondo. Chi è in una scuola professionale può trovarsi di fronte a molte situazioni lavorative diverse: lavoro isolato, parcellizzato oppure estremamente inquadrato o subordinato, od anche un lavoro dove l'operare soggettivo conta. Si tratta allora, nel momento della formazione, di costruire una consapevolezza di queste differenze, del senso che hanno per il soggetto diversi modi di implicare se stesso, le proprie mani (Sennett), il proprio corpo, in quel lavoro; di presentare con lucidità cosa vuol dire la possibile estraneazione dal proprio io corporeo dell’interfaccia digitale, isolata od in rete.
Studiare la storia dei modi di lavorare, dei rapporti dei lavoratori tra loro, dei rapporti gerarchici, può essere importante per immaginare le molte possibilità di lavorare. Inoltre credo importante, nel momento della formazione di creare occasioni di discussione sulle molte maniere di arrivare ad un risultato e di costruirlo gradualmente.

Come si educa al dissenso creativo?

Insegnare a ‘‘fare un passo di lato’’ rispetto opinioni e teorie dominanti, anche rispetto le proprie idee; cercare di capire i limiti di ogni proposta di conoscenza. Questo può aiutare ad immaginare strade diverse.
Bisogna però insegnare ad aver fiducia nella possibilità di percorrerle, incoraggiare l’esplorazione individuale e di gruppi che collaborano, l’esplorazione motivata, pensata.

Maggiori informazioni alla pagina: www.iuffp.swiss/ripensare-la-digitalizzazione

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