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01.10.20 - 09:310

Google e Facebook ci ascoltano? Ecco la verità di ricerche ed esperti

Ci stupiamo, spesso, nel vedere quanto i banner e le inserzioni che vediamo sul web siano adatti a noi. Cosa c’è dietro?

Si tratta di un argomento ancora in grado di scaldare gli animi: l’uso di Google e dei social media, infatti, è talmente integrato nella quotidianità delle persone che qualsiasi apparente incongruenza genera perplessità e, spesso, addirittura timore.

Non sono passati molti anni da quando Facebook ha dovuto confermare pubblicamente che la piattaforma non stava ascoltando di nascosto le conversazioni degli utenti: era il 2016, e molte persone - allora e da allora - hanno sostenuto che l’applicazione fosse in grado di attivare segretamente il microfono del proprio smartphone allo scopo di registrare informazioni utili e permettere all’azienda di vendere i dati al miglior offerente.

La ragione? Un discreto numero di persone sosteneva di essere oggetto di inserzioni pubblicitarie per prodotti specifici di cui non aveva mai effettuato ricerche online, ma di cui aveva semplicemente parlato a voce.

Queste teorie, per quanto alle orecchie di alcuni possano sembrare eccessive, hanno in realtà ricevuto molta visibilità negli anni. Lo stesso Mark Zuckerberg, nel corso del celebre processo sul caso Cambridge Analytica, è stato inquisito sulla questione - negando, ovviamente, che queste procedure si verifichino - e alcuni giornalisti della rivista New Statement hanno provato a simulare delle conversazioni che potessero innescare, in qualche modo, il meccanismo. Eppure, nulla che fosse degno di attenzione è mai accaduto.

Dunque, come mai queste suggestioni sono tuttora così presenti tra gli utenti del web? C’è qualcosa che Google, Facebook e gli altri social media ci nascondono?

 

Perché non è possibile che il tuo smartphone ti stia ascoltando

I giornalisti non sono stati gli unici a eseguire un test per approfondire queste vicende. Anche la Northeastern University di Boston ha condotto un esperimento in proposito, e lo ha fatto con molto rigore. Tra il 2017 e il 2018, questi studiosi hanno infatti passato in rassegna 17.000 applicazioni tra le più popolari destinate al sistema operativo Android, comprese quelle di proprietà di Facebook, e circa 8.000 app che inviano periodicamente a quest’ultimo i dati che raccolgono. Collegando dieci dispositivi a un programma automatizzato che ne rilevasse l’attività, hanno visto che in nessun caso il microfono è stato utilizzato senza il consenso del loro proprietario.

Premesse scientifiche a parte, per attuare effettivamente un piano di questo tipo le piattaforme dovrebbero avere una capacità di gestione dati esorbitante. Lo ha scritto su Wired, nel 2017, l’ex product manager di Facebook Antonio García Martínez, spiegando che la capienza del data storage del social media più popolare del mondo arriva a 300 petabytes, con una metabolizzazione quotidiana di circa 600 terabytes. Se vi sembra già molto, considerate che aggiungendo le fantomatiche registrazioni audio la mole di informazioni arriverebbe a 33 volte più di quanto Facebook sia in grado di processare.

Per non parlare delle possibilità tecniche dei nostri dispositivi: chi non si è mai lamentato di quanto poco durasse la batteria del proprio smartphone? Basterà pensare quale consumo rappresenterebbe mantenere microfono sempre attivo, rendendo il telefono pressoché inutilizzabile.

 

Quali sono le vere ragioni per cui vediamo determinate inserzioni?

Se anche Google, Facebook e compagnia chattante fossero in grado di ascoltare le nostre conversazioni, una raccolta simile di informazioni non risulterebbe funzionale. Innanzitutto, l’intelligenza artificiale non è ancora in grado di distillare i dati utili dal parlato, considerate tutte le sfumature, le ambiguità e le ironie normalmente presenti in una conversazione - lo ribadiamo - tra esseri umani.

In secondo luogo, questi dati semplicemente non servirebbero: le piattaforme hanno già a disposizione moltissime informazioni, più di quante riusciamo a realizzare o ricordare, raccolte in occasione dei piccoli gesti che abbiamo compiuto online. Facebook stesso ottiene dati dalle interazioni, dai click, dalle scelte che facciamo, dal tempo di consultazione di un determinato tipo di post ed, esternamente, tramite un pixel, ovvero una stringa di codice che, inserita sui siti web, aiuta a tracciare al meglio le attività degli utenti al loro interno, monitorando i contenuti che si rivelano più interessanti, allo scopo di proporre, automaticamente, delle inserzioni coerenti con le preferenze.

Non è ormai mistero, inoltre, che la stessa azienda possa aver acquisito ulteriori dati anche da aziende annesse (es. Whatsapp) e da fornitori esterni: la giornalista Julia Angwin, già alcuni anni fa, aveva parlato di occasioni in cui Facebook si era rivolto, ad esempio, a delle agenzie di valutazione del credito per ottenere informazioni relative alle condizioni economiche dei propri utenti.

La verità è che, quindi, ritenere che i nostri cellulari ci ascoltino è una credenza poco fondata e piuttosto complottista. Ciò non toglie che molti si lascino cogliere di sorpresa quando scoprono quanto le piattaforme online che utilizziamo online sappiamo di noi, e come applichino le informazioni in loro possesso - e la nostra attenzione - per monetizzare.

 

In qualità di addetti ai lavori, come fatto dagli autori di “The Social Dilemma” e “The Great Hack”, è bene divulgare a tutti i meccanismi di funzionamento delle piattaforme web: siamo infatti consapevoli di quanto, oggi, manchi una diffusa educazione degli utenti, che li porti a comprendere cosa succede quando trascorrono del tempo in rete, perché si incontrino dei contenuti piuttosto che altri, e a cosa porti interagire con questi.

Anche il nostro lavoro di supporto al business delle aziende mediante il web marketing si può svolgere nel pieno rispetto delle persone, creando e diffondendo contenuti di qualità. Un equilibrio importante, che rende questi strumenti una risorsa sia per gli inserzionisti che per gli utenti: se hai un’attività da promuovere, possiamo dimostrarti già dalla prima consulenza gratuita come raggiungerlo. Contattaci per fissare il tuo appuntamento.

 

Articolo a cura di Linkfloyd Sagl, agenzia di marketing e comunicazione in Ticino.

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