FOTO STEFANO OFLORENZ
Joel Gilardini (a sinistra) e Attila Folklor.
SVIZZERA/CANTONE
23.05.18 - 06:000

Nel rumore di Mulo Muto

Pubblicato in marzo Decomposing Cacophonies (Luce Sia/L'è Tütt Folklor), il nuovo album - che sarà presentato al Molino di Lugano il 26 maggio dalle 22.30 - del duo industrial-noise ticinese Mulo Muto

 

di Marco Sestito

ZURIGO/CENTOVALLI - Improvvisazioni, sperimentazioni sonore, rumore - in equilibrio all'interno di in un limbo cupo, tetro - costruiscono (o decompongono) le otto tracce confluite nel nuovo lavoro del duo, condiviso dal locarnese Attila Folklor (Attilio Rizzoli) e dal luganese (ora di base a Zurigo) Joel Gilardini.

Attila, Joel, partiamo dall’inizio, dalla nascita del progetto Mulo Muto...

Attila: «Mulo Muto è nato nel 2013 come incontro di sperimentazione. Ci eravamo conosciuti tempo prima ad un concerto e, visti gli interessi in comune, abbiamo deciso di sfruttare lo spazio di una sala prove all’interno del centro sociale Autonomer Beauty Salon di Zurigo (purtroppo chiuso nel frattempo). Abbiamo iniziato a suonare con batteria, chitarra e qualche piccolo sintetizzatore per imparare a conoscerci e sviluppare il feeling. Nel giro di qualche mese è venuta alla luce la prima cassetta, “Distorted Rituals”, abbiamo tenuto qualche concerto e, successivamente, dopo circa un anno, siamo definitivamente passati a una strumentazione elettronica e meno convenzionale. Questo passaggio è stato naturale ma, in parte, anche obbligato, in seguito alla chiusura dello squat in cui suonavamo».

Joel: «Inoltre, il passaggio all'elettronica ci ha permesso di ampliare enormemente il nostro vocabolario sonoro, cosa che il combo chitarra-batteria aveva permesso di fare solo in modo limitato».

Perché Mulo Muto?

Attila: «Il nome è stato proposto abbastanza in fretta dal sottoscritto. Mi piacciono l’assonanza delle due parole, il suono delle singole sillabe (peraltro simili anche “lo” e “to”) e il fatto che sia un nome poco assimilabile al giro di cui facciamo parte. Il “mulo” è un animale risultato di un incrocio e sterile, pesante e lento, ma inesorabilmente prono al raggiungimento del traguardo (il rumore); “muto” perché è esattamente il contrario di ciò che facciamo (rumore)».

Entriamo nel dettaglio di questa nuova produzione...

Attila: «“Decomposing Cacophonies” è un album incentrato sullo studio della decomposizione organica. Le registrazioni sono state effettuate, come d’abitudine, in maniera molto naturale facendo riferimento alle nostre capacità di improvvisazione che si sono affinate nel corso degli anni. Joel ha tessuto i tappeti di chitarra trattata e spinto al massimo il suono con sintetizzatori e noise box quasi esclusivamente artigianali. Da parte mia ho utilizzato il mio arsenale di sintetizzatori, noise box, strumenti “home made” e tecniche di esecuzione, diciamo, non per forza convenzionali. L’uso di loop costruiti sul momento e field recordings, inoltre, è onnipresente ed essenziale. Il disco si apre in maniera piuttosto macabra, lugubre e, forse, falsamente sicura per poi tramutarsi in un marasma rumoristico dinamico. Verso la mezz’ora ricade in un vortice ripetitivo e di lenta (d)evoluzione, che accompagna la materia organica attraverso gli ultimi stadi di decomposizione; nel contempo, si allude anche a qualcosa di “spirituale”».

Quali i vostri ascolti durante il processo di lavorazione del disco?

Attila: «Ascoltiamo diversi generi e stili. Per provare a riassumere, nell’ambito post-industriale/sperimentale: noise, harsh noise, power electronics, musica concreta, drone, dark ambient. Altri input onnipresenti e obbligati: death, black e doom metal, grindcore, sludge, jazz, musica classica. Guardando su Discogs in quel periodo ho comprato/scambiato, tra gli altri, dischi di The Tapes (Luce Sia), Celtic Frost (ristampe favolose), Bad Sector, Wertham, Strom.ec, Hijokaidan, Simon Balestrazzi, Cleanse, Uncodified, Angelo Bignamini...».

Joel: «Oltre ai generi già citati da Attila, aggiungerei dub, down-tempo, avanguardie e sperimentalismi vari, colonne sonore, monaci tibetani e molta musica proveniente dal Giappone, sia essa rock, metal, noise o addirittura hip hop. Al contrario di Attila, non mi sono mai interessato alla musica classica. Tra gli acquisti/ascolti di quel periodo potrei citare, tra gli altri, Sigillum S, Dakha Brakha, Nissennenmondai, Gaudi, Beherit, Ovo, Endon, varie uscite del catalogo 2017 della label londinese Rare Noise Records, Mingle, Kllu, Eraldo Bernocchi & Netherland, Teho Teardo & Blixa Bargeld...».

Tutto questo materiale può avere influenzato il nuovo lavoro?

Attila: «Sì e no. Ovviamente, gli ascolti che si effettuano in un determinato periodo tendono ad avere un’influenza sul modo di suonare, ma credo essenzialmente che come Mulo Muto abbiamo ormai sviluppato un linguaggio proprio, basato sulla completa anarchia compositiva e l’ambizione al raggiungimento del rumore come obiettivo estetico ultimo. Inoltre, è vero che suoniamo insieme e che tra noi c’è un feeling “magico”, ma nello stesso tempo ogni sessione è un campo di battaglia per la conquista di bande di frequenze e per spingere/accompagnare l’altro verso nuovi lidi».

Raccontatemi le registrazioni...

Attila: «Sono state effettuate nel mese di luglio 2017 a casa di Joel in compagnia di buon vino, birra, caffè grappa e Fernet e montagne di tabacco. I mezzi moderni permettono ormai di poter lavorare ovunque. Una volta piazzata la strumentazione, cominciamo a suonare e via. Ci frequentiamo molto anche nella vita privata, di conseguenza abbiamo sempre modo di discutere ogni dettaglio non legato all’improvvisazione prima di affrontare un nuovo lavoro. Mix e mastering sono stati effettuati da me in Ticino».

Sabato vi esibirete al Molino di Lugano: cosa volete anticipare?

Attila: «Rumore! Potrei tranquillamente fermarmi qui, ma preferisco aggiungere qualche parola. Sicuramente quello che proponiamo non è facile da affrontare perché estremo, criptico, “pericoloso”, ma mi piace pensare che gli inserti più ambientali e rituali possono aiutare a sopportare il resto dell’assalto. Inoltre, credo sia una buona occasione anche per vedere gli Infection Code - un gruppo davvero valido - e i Subhuman Hordes per addolcire il peso della settimana feriale».

Joel, in apertura è in programma il live di un altro progetto, The Land of the Snow: di che si tratta?

«TLotS è il mio progetto solista. È una one-man-band nata nel 2010, basata su chitarre, elettroniche e batterie programmate. La prima incarnazione proponeva un incrocio di post-metal e jazz, utilizzando però un approccio live legato maggiormente all'industrial o alla musica elettronica. Successivamente, il progetto si è evoluto, con l’inclusione di sintetizzatori e noise box, sviluppando un gusto per tempi lenti e suoni sempre più pesanti. Tali elementi hanno così spostato il focus su territori doom metal, drone e noise. All'attivo il progetto ha tre ep (tra cui “Belonging To Nowhere” uscito in cd per l'etichetta Altrisuoni nel 2013), due album messi a punto in collaborazione con Sshe Retina Stimulants (2015, su BloodLust!) e Mingle (2016, su Luce Sia), così come il disco “Paths Of Chaos”, uscito nel 2017 per l'etichetta italiana Taxi Driver, al quale hanno messo mano anche Jacopo Pierazzuoli per le batterie (Morkobot, Obake, Osso), Eraldo Bernocchi per mix e master (Sigillum S, Obake, Metallic Taste Of Blood, Osso, SIMM) e Petulia Mattioli per il lato grafico. Di “Paths Of Chaos” è stata anche pubblicata una versione live, registrata lo scorso anno alla Rote Fabrik di Zurigo (disponibile solo in formato digitale tramite Bandcamp). Insomma, sabato aspettatevi un bel terremoto!».

Info: facebook.com/MuloMuto/ ; facebook.com/LuceSiaLabel/

 

 

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