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ZURIGO
20.05.20 - 06:300

Il DNA delle cose, ovvero oggetti al cui interno vi sono le istruzioni per realizzarli

Stampato un coniglio in 3D in cui sono inseriti sotto forma di molecole di DNA i dati per creare conigli identici

Le informazioni riguardo agli uomini e a tutti gli esseri viventi, come si sa, sono contenute nel DNA. Per gli oggetti inanimati ovviamente non è così, in quanto non dispongono di un loro genoma.

Almeno fino ad oggi. Si perché un team di ricercatori, guidato da Robert Grass dell’Istituto federale svizzero di tecnologia di Zurigo e Yaniv Erlich dell’israeliano Erlich Lab, è riuscito a dimostrare quello che è stato definito il “DNA delle cose” (DoT). Hanno cioè scoperto un modo per creare oggetti al cui interno sono instillate molecole di DNA.

Nello specifico, i ricercatori hanno realizzato un coniglio di plastica stampato in 3D al cui interno è stato incorporato il DNA che consente di effettuare la stampa 3D di altri conigli. L’idea era quella di conservare le informazioni in modo analogo a quanto avviene negli esseri viventi, ovvero codificate in molecole di DNA. Il gruppo di ricercatori ha quindi utilizzato le quattro basi, adenina (A), citosina (C), timina (T) e guanina (G), per codificare le istruzioni di 100 kilobyte necessarie per realizzare il coniglio e ha poi sintetizzato la sequenza di DNA corrispondente.

Successivamente, il DNA è stato impacchettato in microscopiche sfere di vetro da inserire all’interno del poliestere.

Durante le sperimentazioni, tagliando un pezzo di plastica dell’orecchio del coniglio, i ricercatori sono riusciti a isolare il DNA incorporato. Lo hanno poi analizzato per identificare la sequenza specifica delle basi azotate, che è stata poi tradotta in istruzioni per la stampante 3D. Dopo di che, la stampante ha realizzato un secondo coniglio di plastica, identico al primo, completo di sfere di vetro contenenti DNA. L’intero processo è stato ripetuto per ben cinque volte, creando altrettanti conigli di plastica, dimostrando altresì che, proprio come accade in natura, questo metodo è stato in grado di conservare le informazioni per diverse generazioni.

Con la stessa tecnica poi i ricercatori sono riusciti a conservare un cortometraggio contenuto nell’archivio del Ghetto di Varsavia nelle microscopie sfere di vetro inserite nelle lenti di un paio di occhiali. Il risultato dello studio, che è stato pubblicato su Nature Biotechnology, rappresenta quindi un contributo importante a un campo di ricerca che esplora il potenziale del DNA per l’archiviazione dei dati. Come ha infatti spiegato lo stesso Grass, «con questo metodo possiamo integrare le istruzioni di stampa 3D in un oggetto, in modo che dopo decenni o addirittura secoli, sarà possibile ottenere tali informazioni direttamente dall’oggetto stesso».

Grazie a questa innovativa tecnica, dunque, il DNA delle cose potrà avere importanti implicazioni per la creazione di archivi di informazioni più versatili e ad alta capacità, oltre che per la protezione dei dati sensibili. In effetti, in un mondo in cui l’archiviazione dei dati sta rivestendo un ruolo sempre più fondamentale, il DNA sta emergendo come valida alternativa alle unità flash e ai dischi rigidi. Uno dei principali vantaggi è che i dati del DNA possono potenzialmente occupare meno spazio di questi dispositivi e, in particolare, possono anche assumere qualsiasi forma. Come ha infatti dichiarato Erlich: «Il DNA è attualmente l’unico mezzo di memorizzazione dei dati che può esistere anche in forma liquida, il che ci consente di inserirlo in oggetti di qualsiasi forma».

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