LUGANO
15.04.19 - 09:100

Piacere, Capitano Cyborg: a Lugano arriva l’uomo-robot

Kevin Warwick, primo uomo a mettersi un microchip in corpo e protagonista di esperimenti estremi, ha accettato l’invito: si racconterà al primo Visionary Day del Ticino, il 18 settembre prossimo

LUGANO - Pensate a Galileo. Pensate a Einstein. O al signor Alfred Nobel. Fra gli uomini del Terzo millennio, Kevin Warwick è l’unico al mondo che potrebbe mettersi sullo stesso piano.

Non lo dice lui, scienziato e professore emerito all’università di Coventry, autore di 27 libri, oltre 600 pubblicazioni, innumerevoli articoli su giornali o riviste di settore e pioniere, soprattutto, nelle ricerche sull’intelligenza artificiale, la robotica, la cibernetica e tutto ciò che ancora oggi fa paura. Lo dice l’istituto di fisica inglese, selezionandolo fra i sette luminari che, nel corso della storia, hanno dovuto confrontarsi con l’impatto etico delle loro incredibili esperienze di laboratorio.

Un visionario, il primo dei visionari: audace al punto da impiantarsi un microchip sotto la pelle, nel lontano 1991, quando nessuno ancora ci aveva mai provato e l’unica cosa sicura erano i rischi. Ne uscì indenne, e con una “qualifica" in più: quella di «uomo-robot», assegnata dall’opinione pubblica che per tre mesi restò a guardare se sarebbe sopravvissuto. E sopravvissuto come.

 Vale la pena, ripete ancora oggi che ha 65 anni e un nuovo sogno: misurarsi con la telepatia. È nostro dovere correre pericoli, dice, se può servire a migliorare l’esistenza. Oppure offrirne una meno problematica a chi convive con la disabilità, ambito d’applicazione di molte fra le sue indagini.

Quale ospite più adatto, a questo punto, per il primo Visionary Day in Ticino, a Lugano il 18 settembre. Ed ecco un altro primato, per lui e per noi. “Primo”, del resto, è aggettivo che si addice a perfezione alla sua vita, anzi la distingue, studioso all’avanguardia di tutto ciò che è scoperta e innovazione. Il 1991, al confronto, fu una bazzecola: nel 2002 portò alle estreme conseguenze il progetto e arrivò addirittura a mettersi in corpo un dispositivo capace di dialogare con gli oggetti, comandandoli a distanza. Docente a New York, poteva manovrare il braccio meccanico rimasto a Londra e “sentire” le superfici che toccava, come fossero sulla sua pelle. Si guadagnò un altro soprannome, irriverente ma eloquente: Captain Cyborg. «Non mi dà fastidio, se può servire a far capire agli altri ciò che faccio».

L’altro modo, oltre a tollerare col sorriso un po’ di impertinenza, è spiegarlo a una platea; come quella di Lugano, riunita all’occasione per immaginare, dalla voce di chi guarda avanti senza aver timore, il futuro che verrà. Dove forse si comunicherà senza più usare le parole, trasmettendo da un cervello all’altro pensieri, idee, concetti o sensazioni. Qualcosa di analogo a ciò che ha già fatto con sua moglie, tanti anni fa, lei in Europa lui negli Usa. «L’esperimento che mi ha dato più soddisfazione di tutti». Ma era solo un «primo gradino»; da salire ne restano almeno due o tre. «Solo?», verrebbe da domandargli.

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