CANTONE /CINA
13.03.18 - 06:310
Aggiornamento 08:20

Cinesi sedotti dal caffè ticinese

I retroscena del bar-ristorante inaugurato domenica a Heshan da Masaba Coffee e Protoxtype, dove la gente fa la fila per entrare: «Metteremo i numerini come alla posta»

SAVOSA/HESHAN - La prima a intuirlo è stata Migros, con il suo esempio che ha fatto notizia e scuola. Se nel 2017 ha salvato i conti magri di un'industria per svariati motivi un po' in declino, è stato anche grazie all'export del caffè: grande passione in Cina, dove da settembre il gruppo vende anche grazie a un sito e-commerce dedicato.

In questo caso, però, parliamo di un gigante. Più difficile osare per i piccoli, là così lontano. Invece, dal Ticino, ecco il coraggio: e l'inaugurazione, due giorni fa, del primo concept store a Heshan, provincia del GuangDong, per iniziativa di Masaba Coffee di Savosa e Protoxtype di Ligornetto. Perché attendere di più per cavalcare una passione e un trend carico di promesse, a giudicare fin dalle prime ore? Caffè, ma anche gelato, torte, pizza. «È andata davvero oltre le aspettative - riconosce Jean-Claude Luvini di Masaba Coffee - Sembra addirittura che il primo giorno abbiamo incassato abbastanza per pagare il personale fisso».

Jean-Claude, ma in Cina non si beve il tè?

«Il tè è la cultura predominante. Ma si assiste a un'apertura progressiva verso il mondo del caffè. Non solo in Cina: anche in India, per esempio».

Dunque è vero: il caffè ha conquistato i palati cinesi?

«Piace il caffè e quello che gli sta intorno. I ragazzi, per esempio, portano la fidanzata al coffee shop. È un trend che si sta sviluppando, non è ancora pienamente affermato. Almeno per ciò che mi raccontano: io non ho ancora visitato la Cina».

Ma come? L'idea allora come le è venuta?

«Grazie all'amicizia con due imprenditori, Gianfranco e Paola Reggiani della Protoxtype , che operano nel tessile e in Cina hanno già due grandi fabbriche. A coté, hanno pensato di aprire un concept store. Già avevano un coffee corner in uno dei loro negozi di abbigliamento. In questo caso è solo un bar, ma inserito nel contesto di un centro commerciale. Lo ammetto: da solo, in Cina, non avrei osato avventurarmi».

Paura?

«No. Diciamo che la circostanza favorevole si è presentata molto prima del previsto. Sto ancora muovendo i primi passi nella Svizzera tedesca. Ed ecco la Cina».

Da quanto è al lavoro?

«L'idea è di 5 mesi fa. Abbiamo inaugurato il locale domenica scorsa. Doveva essere il 10 marzo, ma abbiamo spostato avanti di un giorno per scaramanzia. Nella cultura locale, il 10 avrebbe portato male».

Solo cinque mesi, così poco?

«A quanto pare, è andato tutto spedito. La burocrazia cinese ha tempi assolutamente umani, mi racconta Paola che se n'è occupata. Una volta definito il progetto, serve pochissimo tempo. Anche la luce, il gas... sono stati predisposti rapidamente».

Quanto è difficile, o a questo punto facile, ottenere le autorizzazioni?

«Abbiamo ricevuto il visto business in appena tre giorni, quando le autorità sono venute a conoscenza dell'intenzione.  Su whatsapp Paola mi spiega che "se sei una persona onesta, senza nulla da nascondere e  decidi di aprire qualcosa, loro ti appoggiano, dicono va bene. Non ti fanno fare corsi, se non sei in grado chiudi in 15 giorni, ma se sei in grado vai avanti. Sia per i grandi, sia per i piccoli progetti"».

Ce ne sono altri?

«Nel mio immaginario c'è l'India e il Sud Africa, dove sono nato. Ma per ora sono solo sogni, non progetti. In Cina, incece, c'è già l'idea di aprire un secondo concept store. Paola ha identificato dei posti che meritano a Jiangmen, Shengzhen, Foshan, Hong Kong e Canton. Se tutto va bene, visto il successo che stiamo riscuotendo, un paio li apriremo entro l'anno».

Un giorno basta per parlare di successo?

«Fuori dal bar c'è la fila. Si sta pensando addirittura di introdurre un sistema a numeri, come in posta. La gente arriva a valanga alle 11.30, alle 13.30, alle 15.30 e alle 17.30. In queste quattro fascie d'orario non basta la materia prima, bisogna continuare ad andare al magazzino per rifornirsi».

Si narra che, al di là del caffè, ai cinesi piaccia molto il Made in Switzerland: è così?

«Made in Switzerland e Made in Italy. Per questo c'è anche la bandiera italiana. Oltre al caffè, c'è il gelato. Ci sono i dolci, gli spaghetti, le lasagne, la pizza. Ad affascinare è anche il format. Chi ha negozi di abbigliamento chiede informazioni su come riservare una decina di metri quadri ad angolo ristoro, dove preparare caffè, cioccolata calda e gelato per i clienti. Il bar ha un effetto d'attrazione».

Lei che cosa porta del Ticino in Cina?

«Il caffè Masaba, ovviamente, ma anche tutto ciò che sta intorno e che dà identità. Le tazzine, i porta zucchero, le insegne. È uno stile che piace, qui come là».

Le credo: ma lei quando andrà a vedere di persona?

«Spero presto. In realtà mi è dispiaciuto non essere lì, il giorno dell'inaugurazione. Ma sentivo il bisogno di stare qui. Il nostro focus è ancora il Ticino. Meglio fare un passo alla volta. Adesso ci stiamo espandendo nel nord della Svizzera. Ogni venerdì sono a Zurigo a rifornire le aziende che hanno una politica di responsabilità sociale. Quella dove c'è, per intenderci, la "cultura Google"».

E quella che in Cina manca.

«Della Cina so quello che raccontano i giornali. Ma nel nostro bar ci sono sette dipendenti, cinesi, assunti nel rispetto dei diritti umani.  

Jean-Claude, sia sincero: che cosa hanno ordinato di più i clienti, caffè o gelato?

«Direi gelato, a guardare le fotografie dei bambini!».

 

 

 

 

 

 

 

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Commenti
 
Tio1949 6 mesi fa su tio
Ma dove si trovano le piantagioni da caffé,iIn Svizzera?
Monica Ca 6 mesi fa su fb
MA PER FAVORE.
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