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REGNO UNITO
15.04.18 - 17:300

Johnson teme la «ritorsione russa», May gli strali del Parlamento

I laburisti - e non solo loro - chiedono conto alla premier per essere sfuggita a un qualunque passaggio parlamentare prima di dare l'ordine di fuoco

LONDRA - Boris Johnson grida al pericolo della «ritorsione russa» dopo i bombardamenti di Usa, Francia e Regno Unito sulla Siria. E ne difende a spada tratta la legittimità.

Ma a Londra è anche tempo di critiche per il governo conservatore e per la premier Theresa May, che domani si appresta ad affrontare l'arena della Camera dei Comuni, dove i laburisti - e non solo loro - le chiedono conto d'esser sfuggita a un qualunque passaggio parlamentare prima di dare l'ordine di fuoco «al traino dei tweet di Donald Trump».

Il ministro degli Esteri britannico, ormai immedesimato nei panni di baluardo anti-Mosca oltre che di paladino della Brexit, ha colto oggi l'occasione di un'intervista al talk show Bbc di Andrew Marr per rivendicare quasi come un obbligo morale i raid contro le armi chimiche attribuite a Bashar al-Assad.

«Il troppo è troppo», ha tuonato, affermando che il mondo ha dimostrato di non accettare più «i barbari attacchi di Assad». Poi ha rivolto la sua attenzione verso la Russia - accusata da Londra, oltre che di sostenere Damasco, d'essere a sua volta dietro il recente avvelenamento nervino a Salisbury dell'ex spia Sergej Skripal e di sua figlia Yulia - lanciando l'Sos su eventuali rappresaglie dirette.

«Se consideriamo ciò che Mosca ha fatto, non solo in questo paese, ma in generale contro infrastrutture strategiche, contro processi democratici, è evidente che bisogna prendere ogni precauzione possibile», ha ammonito. Parole che riecheggiano i timori del Sunday Times su fantomatici 'kompromat', ossia dossier compromettenti, che gli apparati del Cremlino potrebbero mettere in circolazione per vendetta su esponenti «dell'elite» del Regno. E a cui Johnson ha aggiunto un ulteriore pepe replicando a quanto asserito ieri dal collega russo Sergej Lavrov sulla possibile provenienza britannica o americana della sostanza adoperata a Salisbury: sulla base delle conclusioni di un laboratorio svizzero che parrebbe averla identificata non già come una tossina della classe Novichok di scuola sovietica, bensì BZ di produzione occidentale.

Sospetti che a Mosca fanno il paio con quelli sull'ipotetica messinscena dell'attacco chimico di Duma e che il capo del Foreign Office ha liquidato rispettivamente come «offensivi» e «demenziali».

Il botta e risposta sull'asse Londra-Mosca non esaurisce tuttavia i grattacapi del governo. Che dopo lo strike siriano, e il dubbio risultato bellico sortitone, deve cimentarsi pure sul fronte interno. Domani la premier May è attesa da un dibattito spinoso a Westminster e il leader laburista Jeremy Corbyn l'ha sfidata apertamente con la proposta d'una legge ('War Powers Act') che imponga in futuro il voto parlamentare prima di qualsivoglia intervento militare. Salvo casi eccezionali.

Il pacifista Corbyn non accetta il documento governativo che giustifica "la legalità" dell'attacco in Siria in quanto "intervento umanitario" autocertificato, ricordando che il diritto internazionale riconosce oggi come legali solo le azioni militari d'autodifesa o autorizzate dall'Onu. Ma il vero motivo di contesa resta l'aggiramento del Parlamento, in posizione vassalla rispetto a Trump. Contestazione condivisa fra gli altri dall'Snp della first minister indipendentista di Scozia, Nicola Sturgeon. E persino, sottovoce, da ministri conservatori di primo piano come David Davis o Sajid Javid.

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