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TUNISIA
11.01.18 - 20:200

Disordini e proteste, il Paese si prepara alla quarta notte

L'ultimo bilancio parla di 328 arresti e 21 agenti di polizia feriti. Schierato l'esercito

TUNISI - Dopo un'altra notte, la terza, caratterizzata da scontri e disordini generalizzati in tutto il Paese, la Tunisia si prepara con una certa apprensione al calare dell'oscurità. È proprio con lo scendere della sera infatti che gruppi di giovani manifestanti scendono in strada, ufficialmente per protestare contro carovita e marginalizzazione e a confrontarsi con la polizia.

L'ultimo bilancio degli scontri di ieri stilato dal ministero dell'interno parla infatti di 328 persone arrestate, 21 agenti di polizia feriti, dieci autoveicoli delle forze dell'ordine danneggiati, a Cité Ibn Khaldoun nei pressi di Tunisi, Tebourba, Hammam Lif, Thala, Beja, El Agba, Siliana, Kasserine, Cité Ennour, Sousse, Cité Etthadhamen, un po' ovunque, con la sede della sicurezza nazionale date alle fiamme a Thala, dove è dovuto intervenire l'esercito per far tornare alla calma la situazione.

In mattinata il portavoce del ministero dell'interno di Tunisi, Khalifa Chibani, ha cercato di presentare le cose in maniera un po' più ottimistica constatando, nonostante l'aumento del numero degli arresti, una significativa diminuzione dell'intensità dei disordini rispetto alle notti precedenti. Si tratta di una scommessa da parte delle autorità che hanno deciso, almeno fino a questo momento, di non instaurare la misura del coprifuoco, da molte parti richiesta, forse anche per non dare un segnale di debolezza o cedimento.

Nel paese vige infatti ancora lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, misura introdotta all'indomani dell'attentato ad un bus di Guardie presidenziali nel centro di Tunisi il 24 novembre 2015. E lo stato di emergenza comunque consente alle forze dell'ordine arresti e fermi in deroga alle norme ordinarie. Ma è scontro anche sul piano politico, con il governo e i partiti della maggioranza a cercare di rilanciare l'idea di un dialogo con le parti sociali.

Il premier tunisino, Youssef Chahed, ha detto ieri che le violenze di questi giorni sarebbero dirette da reti criminali di corrotti e contrabbandieri che agiscono nell'interesse di alcune parti politiche dalle quali sarebbero istigate. Dietro alle proteste violente, secondo Chahed, ci sarebbero anche alcuni appartenenti al Fronte Popolare, raggruppamento di sinistra all'opposizione. Fronte Popolare che tramite il suo leader Hamma Hammami non ha tardato a rispondere controaccusando il premier di coprire i corrotti ed essere impreparato alle proteste.

Ma protesta anche il sindacato della Guardia nazionale, che chiede maggior protezione per gli agenti, i primi a rischiare la vita per difendere il paese dal pericolo del terrorismo islamico. Negli scontri della notte appena passata i media locali hanno parlato di una trentina di presunti terroristi e estremisti islamici tra gli arrestati. Notizia in parte confermata dal portavoce del ministero dell'Interno di Tunisi che ha dato notizia di due estremisti fermati per le devastazioni nella delegazione di Nefza a Béja, ma soprattutto di possibili legami tra il mondo dell'estremismo islamico e le organizzazioni criminali, accomunati dall'odio verso lo Stato.

Il mese di gennaio storicamente non è mai stato facile per la Tunisia. dalle "rivolte del pane" nel 1984, agli scontri nel bacino minerario di Gafsa-Redeyef nel 2008, al 2011 con la cacciata del presidente deposto Ben Ali, negli anni successivi, fino al gennaio 2016 apertosi con una serie di scontri nelle regioni marginalizzate, culminati il mese successivo con l'instaurazione del coprifuoco su tutto il territorio nazionale per quasi 15 giorni.
 

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