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STATI UNITI
08.03.20 - 18:490

Quel silenzio di Trump sul coronavirus

Per il presidente Usa è un "non problema" (e non ne parla) ma intanto il contagio si diffonde e spaventa

WASHINGTON D.C. - Toni bassi o, ancora meglio, il silenzio. L'emergenza coronavirus, con l'epidemia che accelera anche negli Usa, sta creando scompiglio alla Casa Bianca. Donald Trump, a caccia del secondo mandato e già in piena campagna elettorale, è ben consapevole che più sale il numero di casi in America più scendono le chance di rielezione.

E non è un caso, notano in molti, che a differenza degli altri Paesi occidentali, europei in testa, il governo federale Usa non stia comunicando giorno per giorno il bilancio dei contagi su scala nazionale. I dati che arrivano sono solo quelli dei governatori dei vari Stati, alcuni dei quali hanno dichiarato lo stato di emergenza. E continuano a crescere, malgrado i costi proibitivi dei test sanitari per chi non ha un'assicurazione medica.

Al pressing degli esperti della sanità che spingono affinché l'amministrazione spieghi con chiarezza e urgenza il rischio agli americani, la Casa Bianca - secondo una ricostruzione del New York Times - sta opponendo resistenza nel timore di far crollare del tutto i mercati e creare panico fra la gente. Uno scenario che Trump sembra intenzionato ad evitare a tutti i costi, considerato che l'economia è stata finora il suo cavallo di battaglia per la rielezione.

E così ai primi avvertimenti lanciati dal ministro della Sanità Alex Azar sulla serietà del problema, il presidente ha risposto minimizzando: meglio parlare dell'emergenza delle sigarette elettroniche. Il tycoon, noto germofobico, ha continuato per settimane a smorzare i toni e mostrare ottimismo: lo ha fatto al World Economic Forum di Davos così come in altri eventi pubblici e nelle riunioni con i suoi più stretti collaboratori. «Andrà tutto bene. Tutti devono stare calmi», è il suo mantra.

La partita del coronavirus all'interno della Casa Bianca è stata complicata dall'accordo commerciale con la Cina, siglato dagli americani in dicembre. Da qui il serrato confronto andato avanti per giorni all'interno della Situation Room su come procedere nei confronti di Pechino e mettere al riparo gli Stati Uniti, dove ogni giorno arrivano 23.000 cinesi. Sull'ipotesi di un blocco dei voli si è consumato un duro scontro fra le varie anime dell'amministrazione: molti si sono opposti, definendo la misura inutile.

Dopo un iniziale tentennamento, le autorità sanitarie si sono invece espresse a favore, perché lo stop avrebbe consentito agli Stati Uniti di guadagnare tempo e mettere in atto misure preventive. Il tema è stato poi portato nello Studio Ovale al presidente, che ha sposato la linea più drastica, quella del blocco totale a rischio di irritare Pechino.

Una decisione dettata dalla volontà di frenare il più possibile il numero di contagi negli Stati Uniti. Il timore più grande di Trump, racconta chi gli sta vicino, è che il coronavirus diventi quello che Katrina ha rappresentato per George W. Bush: un disastro di immagine totale, che avrebbe un impatto devastante alle urne.

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