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REGNO UNITO
14.03.19 - 21:070

La Brexit rinviata a giugno, bocciato il referendum bis

Theresa May ha ritrovato una maggioranza che le consentirà di chiedere al prossimo Consiglio Europeo un rinvio "breve" dell'uscita dall'Ue, dal 29 marzo al 30 giugno

LONDRA - La Brexit, forse, può attendere: reduce da una settimana di legnate parlamentari a ripetizione, Theresa May ritrova stasera una maggioranza almeno in favore della mozione presentata dal governo che le consentirà di chiedere al prossimo Consiglio Europeo un rinvio "breve" dell'uscita dall'Ue, dal 29 marzo al 30 giugno.

E le offre uno spiraglio di opportunità per provare, possibilmente, a rigiocare entro mercoledì 20 la partita sull'approvazione del suo pluri-bocciato accordo di divorzio con Bruxelles.

Una toppa dopo lo squarcio, non molto di più per ora. Ma se non altro un balsamo temporaneo, una mano santa di fronte ai timori di un brusco 'no deal' e un modo per ritrovare un minimo di margine di manovra. La mozione ha raccolto 412 sì contro 202 no, grazie anche alle concessioni fatte a opposizioni e dissidenti interni: non ultimo l'impegno - nell'eventualità di un nuovo flop del suo piano - a indicare come "altamente probabile" l'alternativa d'uno slittamento a più lungo termine della Brexit.

Secondo uno schema che nel caso dovrà necessariamente passare per il via libera dei 27 (innescando tra l'altro il grattacapo di una partecipazione britannica alle elezioni europee di maggio), ma che comunque assicurerebbe di evitare un taglio netto e rimetterebbe sul tavolo anche ipotesi favorevoli a un addio più soft come il piano B pro unione doganale del leader del Labour, Jeremy Corbyn.

Sia come sia, per la premier Tory (azzoppata dalla seconda bocciatura di martedì sulla ratifica del proprio accordo e dalla sconfitta del giorno dopo sui contenuti di una mozione anti-no deal), il risultato odierno appare positivo. Tanto più poiché corredato da una serie di no alla raffica di emendamenti promossi da oppositori e ribelli per provarle a legarle le mani.

Un no di strettissima misura (314 contro 312) nel caso del testo presentato dai laburisti eurofili Hilary Benn e Yvette Cooper con l'obiettivo di sottrarre in sostanza all'esecutivo il controllo delle prossime mosse negoziali e di attribuire al Parlamento il diritto prioritario di mettere in cantiere "voti indicativi" su progetti di Brexit diversi dal suo, alla caccia di maggioranze trasversali.

Un no netto invece contro il tentativo d'un drappello di indipendenti di collegare il rinvio con l'obiettivo di un secondo referendum: speranza che i pro Remain più irriducibili non smettono di coltivare, soprattutto se lo stallo e i veti incrociati continuassero a farla da padrone, ma che stasera si prospetta in effetti più remoto sullo sfondo del sostegno incassato da appena 85 parlamentari e del voto contrario di ben 334 colleghi; maggioranza assoluta e blindata dell'aula anche al netto della criticata astensione decisa da Corbyn a nome del grosso del gruppo laburista.

Le buone notizie per la May finiscono tuttavia qui. Di fronte le resta una strada tutta in salita per ricompattare la sua lacerata maggioranza sul voto che conterà davvero, in calendario per martedì 19 o mercoledì 20 se lo speaker dei Comuni, John Bercow, lo ammetterà per la terza volta in poco più di 2 mesi. Strada lungo la quale riecheggia qualche segnale di parziale disgelo dagli indocili Tory brexiteer ultrà dello European Research Group (Erg), come dai vitali alleati unionisti nordirlandesi del Dup, condizionato peraltro da molti se e molti ma, legati soprattutto alla possibilità che l'attorney general del governo, Geoffrey Cox, possa riverniciare un po' il suo parere legale sul valore vincolante delle rassicurazioni recenti ricevute dall'Ue sul controverso backstop.

Mentre da Bruxelles e dalle capitali europee, accanto a qualche cauto sospiro di sollievo - e all'apertura del presidente Donald Tusk anche ad una "estensione lunga" dell'articolo 50 a patto che il Regno Unito ritenga di "ripensare la propria strategia" - continuano a fioccare moniti e avvertimenti: primo fra tutti quello del capo negoziatore, Michel Barnier, che evoca "una situazione di incertezza ancora grave" e il dovere di prepararsi comunque a un scenario di no deal di default tutt'altro che scongiurato. Il rinvio non è affatto automatico, ha messo in guardia anche un portavoce della Commissione: servirà l'unanimità dei 27 al prossimo Consiglio europeo del 21 e 22 marzo a Bruxelles.

E, come se non bastasse, da Washington rimbalzano pure le bacchettate del grande alleato americano Donald Trump contro la strategia esitante attribuita a lady Theresa: rea - sentenzia il presidente ricevendo alla Casa Bianca il premier dell'Irlanda Leo Varadkar - di "non aver ascoltato i miei consigli".

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