Keystone
UNIONE EUROPEA
21.09.21 - 11:080
Aggiornamento : 11:37

C'è la Russia dietro all'omicidio di Alexander Litvinenko

Lo sostiene la Corte europea per i diritti dell'uomo, ad avvelenare l'ex-KGB con il polonio «agenti dello Stato russo»

BRUXELLES - Secondo la Corte europea per i diritti dell'uomo, dietro alla morte dell'ex-agente del KGB Alexander Litvinenko c'è la mano della Russia.

Litvinenko, lo ricordiamo, era stato avvelenato a Londra nel 2006 - verosimilmente in un ristorante sushi di Piccadilly Circus o nel bar del Millenium Hotel - con del polonio radioattivo (per la precisione polonio 210) ed era deceduto in ospedale, dopo una lunga agonia e dopo aver apertamente additato Vladimir Putin come suo assassino.

Stando alla Corte europea ci sarebbe «un forte sospetto che gli indiziati agissero come agenti dello Stato russo». Mosca, inoltre, non avrebbe mai fornito «una spiegazione alternativa convincente, né avrebbe confutato quanto scoperto dall'inchiesta britannica».

Litvinenko che aveva lasciato i Servizi segreti nel 1999 era fuggito nel Regno Unito nel 2000, ottenendo asilo politico, dove lavorava come consulente per i servizi segreti britannici e come giornalista indipendente e scrittore. Dalla sua penna, diverse le accuse nei confronti del Cremlino e in particolare di Putin, da lui ritenuto mandante dell'omicidio della giornalista Anna Politkovskaya.

Avvelenati in segreto

Il modus operandi degli assassini di Litvinienko ha molto in comune, per quanto rimangano ancora parecchi dubbi, con diversi altri di profilo abbastanza alto e tutti in qualche modo legati alla Russia.

Il primo è quello di un altro dissidente del KGB: Sergei Skripal, sopravvissuto nel 2018 a un tentativo di avvelenamento avvenuto a Londra con l'agente nervino Novichok. Nel 2020, durante un volo sopra la Siberia, era invece toccato ad Alexei Navalny.

«Il veleno ha questa sua duplice natura: è discreto ma allo stesso tempo anche teatrale», ha commentato alla BBC proprio riguardo al tentato omicidio di Navalny l'esperto Mark Galeotti del Royal United Services Institute, «è discreto perché prima di uccidere ci mette del tempo, ed è difficile poterlo provare. D'altra parte è teatrale, perché anche negando si può far capire che in realtà, sì, siamo stati noi».

 

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