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Reuters
Pakistan
09.08.21 - 17:420
Aggiornamento : 18:20

A otto anni rischia la pena di morte

Tacciato di blasfemia, è il più giovane a essere accusato di questo reato in Pakistan

RAHIM YAR KHAN - Ha urinato nella biblioteca di una madrasa, una scuola religiosa musulmana, e ora rischia la pena di morte. Un bambino di 8 anni di famiglia induista, con problemi mentali, è stato accusato di blasfemia in Pakistan. Il bambino, arrestato il 4 agosto, era stato liberato su cauzione ma le accuse contro di lui non sono cadute e le molte minacce dalla comunità musulmana che ha ricevuto hanno indotto la polizia a trattenerlo nuovamente in custodia protettiva.

Quello avvenuto nella città di Rahim Yar Khan, nel Punjab, è stato un arresto che ha fatto scalpore a più livelli. Prima, nessuno di così giovane era mai stato accusato di blasfemia in Pakistan. E in seguito alla sua liberazione un gruppo di persone, per rappresaglia, ha distrutto un tempio indù. Venti di esse sono state arrestate sabato. Il premier Imran Khan ha tentato di calmare gli animi condannando il gesto e impegnandosi a riparare il tempio. 

Intervistato dal quotidiano britannico Guardian un membro della famiglia del ragazzo ha dichiarato che il bambino «non è a conoscenza di tali questioni di blasfemia ed è stato ingiustamente coinvolto in queste questioni. Ancora non capisce di che reato si è macchiato e per quale motivo sia rimasto una settimana in prigione». E ha aggiunto che «abbiamo lasciato il nostro lavoro e i nostri negozi, l’intera comunità ha paura e temiamo delle reazioni di rifiuto. Non vogliamo ritornare in quel luogo. Non sentiamo che nessuna concreta e significativa misura verrà presa nei confronti dei responsabili o per salvaguardare le minorità che vivono qui».

Per Rimmel Mohydin, militante di Amnesty International, «le leggi sulla blasfemia del Pakistan sono state a lungo abusate per prendere di mira i gruppi minoritari, ma questo caso segna una rottura scioccante ed estrema. Oltre a garantire che queste ridicole accuse vengano ritirate, le autorità pakistane devono fornire immediatamente un'adeguata protezione al ragazzo, alla sua famiglia e alla più ampia comunità indù. Anche i responsabili della conseguente violenza della folla devono essere ritenuti colpevoli».

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