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MYANMAR
11.03.21 - 06:000

È un massacro per la prima volta trasmesso in mondovisione

L'utilizzo di armi e tattiche letali è divenuta prassi nella repressione delle proteste in Myanmar

Una nuova ricerca di Amnesty International punta il dito contro le azioni del Tatmadaw. Violenza «pianificata, premeditata e coordinata».

YANGON - Il Myanmar oggi si mostra al mondo intero come un grande campo di battaglia, senza regole né leggi. Dal colpo di stato dello scorso 1° febbraio, quando le forze del Tatmadaw guidato dal generale Min Aung Hlaing hanno preso il potere, sono già oltre sessanta le persone morte nelle proteste. Vittime di un uso sconsiderato delle armi da fuoco da parte delle stesse autorità.

L'oppressione, che per anni ha colpito nel silenzio le minoranze etniche del paese asiatico, oggi corre anche sul filo dei social network e non è più in grado di celarsi all'occhio del pubblico, a patto che questo non decida di voltarsi dall'altra parte. Il sibilo pungente dei proiettili; le urla di chi cerca riparo così come la prospettiva in primissima persona di quei momenti, catturata dall'obiettivo di uno smartphone che sbircia oltre un davanzale, con la paura di essere scoperto.

Per la prima volta in "mondovisione"
Le tattiche militari del Myanmar «sono tutt'altro che nuove, ma i loro massacri non sono mai stati trasmessi in livestream al mondo», ha detto Joanne Mariner, direttrice del Crisis Response Team di Amnesty International, presentando una nuova ricerca dell'Ong che documenta il crescente impiego della forza letale da parte delle autorità birmane contro i manifestanti (e non solo).

Mitragliatrici leggere RPD, fucili di precisione MA-S calibro 7.62 mm, mitragliette di tipo Uzi e fucili semiautomatici MA-1. Le armi imbracciate dalle truppe birmane - e sempre più spesso anche dalle forze di polizia - sono concepite per la guerra e sono quindi il segnale di «una deliberata e pericolosa escalation delle tattiche».

Uso «premeditato e pianificato» della forza letale
I vertici militari di Yangon, citati dai media statali, si sono smarcati negli scorsi giorni dalle accuse, rivolgendo l'indice altrove. Ma dalle verifiche condotte da Amnesty è invece emerso come spesso ci si trovi di fronte a «comandanti impenitenti già implicati in crimini contro l'umanità, che dispiegano le loro truppe e i loro metodi omicidi alla luce del sole». Emblematico è il caso di uno dei filmati verificati, che risale al 3 di marzo e che mostra un uomo scortato da un gruppo di ufficiali, nel distretto di North Okkalapa della capitale.

Questo cammina, senza opporre apparentemente alcuna resistenza, quando l'ufficiale al suo fianco, all'improvviso, gli spara. L'uomo si accascia al suolo e lì viene lasciato per alcuni istanti, prima che alcuni agenti tornino sui loro passi, trascinandolo via. Ed è solo una delle brutali istantanee del conflitto che sta lacerando il Myanmar dal suo interno, con un uso della forza letale «pianificato, premeditato e coordinato» denuncia la Ong. E questo sembra trovare conferma anche analizzando quelle che sono le unità militari coinvolte nella violenta repressione, alcune delle quali famigerate per le persecuzioni portate avanti contro le minoranze shan e rohingya, commesse tra il 2016 e il 2017.

keystone-sda.ch / STF (LYNN BO BO)
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