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AZERBAIGIAN / ARMENIA
14.10.20 - 06:300
Aggiornamento : 08:33

«Io, figlia della guerra e profuga a 7 anni»

Il conflitto nel Nagorno-Karabakh ha ridestato i ricordi di Aynura Maye, moglie dell'ambasciatore azero in Italia

STEPANAKERT - Una tregua di poche ore per un conflitto iniziato oltre un secolo fa. Il territorio del Nagorno-Karabakh, collocato in Azerbaigian ma controllato dall'Armenia, ha da qualche settimana assunto di nuovo le sembianze di un inferno sotto le bombe.

«La gente non esce più nelle strade ma vive sottoterra», aveva raccontato pochi giorni fa ai microfoni della Rai il giornalista Daniele Bellocchio. E nei momenti in cui i bombardamenti cessano, si sale rapidamente in superficie per recuperare le provviste necessarie prima di fare ritorno sotto lo scudo del suolo.

Tra le voci di chi scappa e chi resta, tentando di sopravvivere, si è aggiunta anche quella di Aynura Maye, moglie dell'ambasciatore azero a Roma, che su Facebook ha raccontato la propria esperienza. Quanto sta accadendo nel Nagorno-Karabakh ha ridestato i ricordi, mai sopiti del tutto, vissuti in prima persona da profuga all'età di 7 anni.

La storia di Aynura Maye - «Sono una figlia della guerra. Etnicamente azera, sono nata in Armenia da genitori dell'Azerbaigian. Ho tentato per troppo tempo di sopprimere e dimenticare quei ricordi, perché non volevo che definissero la mia vita e il mio destino», ha scritto. Ricordi che tornano «alle grigie e fredde mattine d'autunno del 1988» e «scatenano una pesante nube di amarezza». «Una mattina - ricorda Maye - ci siamo svegliati e abbiamo visto i nostri genitori scegliere cosa portare via nel caso avessimo dovuto scappare. Non sapevamo se l'avremmo fatto. Non ci volevano credere. Volevano solo essere pronti. E non prepararono molte cose, perché pensavano che tutto sarebbe finito presto».

Quel giorno però arrivo. «Fu l'inizio di un lungo viaggio», scrive Maye. Una «vita da profughi, costretta a lavorare in fattorie e stalle quando invece sarei dovuta andare a scuola, addormentandomi tra le grida angosciate delle madri che ricevevano i corpi dei loro figli morti e osservando le lacrime delle giovani donne che in silenzio piangevano vedendo i propri mariti e i propri cari finire sottoterra». Aynura Maye era «una di quelle 200'000 persone circa che fuggivano come profughi».

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