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ITALIA / SVIZZERA
27.07.20 - 19:520
Aggiornamento : 21:00

Aiuto al suicidio: Welby e Cappato assolti per la morte di Davide Trentini

Il 53enne era morto a Zurigo il 13 luglio del 2017

MASSA CARRARA - Assoluzione come era già accaduto per dj Fabo. Anche se Davide Trentini, 53 anni, malato di sclerosi multipla da quanto ne aveva 27, non era tenuto in vita da macchinari come Fabiano Antoniani ma pur sempre, per la difesa, era sottoposto a trattamento di sostegno vitale per le cure farmacologiche che doveva seguire e per l'assistenza specifica di cui aveva bisogno per sopravvivere.

Marco Cappato e questa volta con lui anche Mina Welby, non commisero reato quando aiutarono - il primo economicamente attraverso l'associazione Sostegno civile, la seconda accompagnandolo in Svizzera -, Trentini a morire col suicidio assistito a Basilea.

Era il 13 luglio 2017: il giorno dopo Cappato e Welby, rispettivamente tesoriere e copresidente dell'associazione Luca Coscioni, si presentarono ai carabinieri di Massa (Massa Carrara), la città di Trentini, per auodenunciarsi, facendo partire il procedimento penale che oggi ha portato alla loro assoluzione, sia per l'accusa di istigazione al suicidio sia per quella di aiuto al suicidio, da parte della corte d'assise di Massa.

«Sono molto felice. Ricordo quando quel 20 dicembre del 2006 prima di morire Piergiorgio mi disse: promettimi che andrai avanti e che non ti fermerai. Oggi posso dirgli che sono andata avanti e che non mi fermerò mai». Queste le prime parole, ricordando il marito, di Mina Welby che stamani, prima di entrare al palazzo di giustizia di Massa, aveva annunciato: «Sono serena, ieri notte ho pensato alla mamma di Davide Trentini, la mia battaglia è per lei». All'associazione Coscioni si era rivolto Davide Trentini ma poi anche sua madre, per chiedere aiuto.

«Se verrò condannata - aveva detto Welby - voglio andare in carcere. Ma temo avendo 80 anni che mi diano i domiciliari». «Dobbiamo ancora ottenere la legge - ha poi ribadito - e nel frattempo sarò pronta ad accompagnare in Svizzera tutte quelle persone che me lo chiederanno».

«Saluto la memoria di Davide Trentini - le parole di Marco Cappato - un uomo che, nella fretta di smettere di soffrire, si è fidato di noi, ci ha dato fiducia. La sentenza ci ha dato ragione e oggi rende giustizia anche alla mamma di Davide a cui dedico questo momento. Non pensiamo adesso che la legge sull'eutanasia sia inutile perché tanto arrivano le assoluzioni: la legge serve per garantire un diritto a tutti i cittadini e serve ad eliminare una potenziale discriminazione. Non possiamo più accettare che ci sia una discriminazione sulla base della tecnica con cui sei tenuto in vita. L'azione di disobbedianza civile continuerà fino a quando il Parlamento non si sarà assunto la responsabilità che fino ad ora non si è assunto».

Al centro del processo, dopo la sentenza della Consulta del settembre 2019, c'era proprio la questione se nel caso di Trentini ricorressero tutte e quattro le condizioni indicate dalla Corte costituzionale per escludere la punibilità dell'aiuto al suicidio: patologia irreversibile, fonte di sofferenze intollerabili, capacità di intendere e volere e trattamento di sostegno vitale.

Quest'ultimo per Trentini non sarebbe stata provato secondo il pm Marco Mansi che per questo aveva chiesto la condanna di Welby e Cappato - 3 anni e 4 mesi - «ma con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste - ha detto in aula -, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell'interesse di Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito».

«Questa formula di assoluzione applica pienamente la sentenza della Corte costituzionale», il commento di Filomena Gallo, difensore di Cappato e segretario dell'associazione Coscioni, secondo la quale con questa sentenza «anche i trattamenti farmacologici, quindi non solo i macchinari, rientrano da oggi nei requisiti previsti per poter interrompere le proprie sofferenze. È una sentenza importante, farà precedente».

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