Keystone (archivio)
COLOMBIA
26.06.20 - 07:480
Aggiornamento : 11:31

Bimba indigena abusata, sette militari confessano

«Saremo implacabili nelle indagini, come lo saremo nelle pene» ha dichiarato il presidente della Repubblica

BOGOTÀ - Sette militari colombiani hanno confessato di aver partecipato in una zona rurale del dipartimento di Risaralda allo stupro di una bambina indigena di 12 anni dell'etnia embera-katío sequestrata il 22 giugno, in un episodio che ha sconvolto l'opinione pubblica.

Annunciando la loro immediata carcerazione in una guarnigione dell'esercito, il procuratore generale Francisco Barbosa ha precisato che i sette sono stati accusati di «abuso carnale aggravato su una minore di 14 anni». Barbosa ha voluto sottolineare che si tratta di «una notizia orrenda, che mi ripugna come procuratore generale, come colombiano, come padre di famiglia e come uomo». Ieri il presidente della Repubblica, Iván Duque, aveva assicurato che in questa vicenda «saremo implacabili nelle indagini, come lo saremo nelle pene».

Il sequestro e lo stupro della bambina sono venuti alla luce per una denuncia presentata dall'Organizzazione nazionale indigena della Colombia (Onic), secondo cui la piccola «è stata rapita e abusata sessualmente da un gruppo di soldati» in un crimine che si aggiunge a una «lunga lista di atti atroci» da parte dei militari, che sono diventati un «fattore di rischio, invece che di garanzia e sicurezza per le popolazioni e comunità indigene».

I sette soldati che hanno confessato la loro partecipazione appartengono al battaglione di alta montagna dell'esercito di stanza a Génova, nel dipartimento di Quindío. Ed erano stati inviati in appoggio ad un altro gruppo di militari dispiegati nella zona rurale di Santa Cecilia, vicino a Pueblo Rico, municipio del dipartimento di Risaralda.

Confermando la confessione dei militari il procuratore Barbosa ha precisato che sei di essi hanno compiuto materialmente lo stupro di gruppo, mentre il settimo è stato unicamente complice del gesto. Oggi, ha concluso, è «un giorno triste per quello che è successo, ma è anche un giorno importante per l'efficacia della giustizia» perché in sole 72 ore «questi banditi sono stati posti dietro le sbarre».

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