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«La vendetta arriverà presto» minacciano i jihadisti
NUOVA ZELANDA
17.03.19 - 21:150

Strage nelle moschee, l'Isis promette la vendetta

Sul canale Telegram Al-Asyaf Al Baghdadi, l'appello è «a versare il sangue dei crociati»

CHRISTCHURCH - I numeri della prima strage in diretta social della storia del terrorismo fanno paura. Non solo quelli delle vittime, 50 morti e più di trenta feriti, anche quelli dei fan della morte in streaming, mentre dall'Isis e dall'intera galassia jihadista arriva la promessa della vendetta contro i «crociati».

Dopo il massacro 2.0, anche il fuoco incrociato - per ora solo di post - del terrorismo islamico arriva via internet. In un messaggio del 15 marzo condiviso su Telegram gruppi affiliati ad Al Qaida parlano del massacro in Nuova Zelanda come di «guerra dei crociati» contro i musulmani e promettono di rispondere con il «linguaggio del sangue».

Sul canale Telegram filo Isis Al-Asyaf Al Baghdadi, l'appello è «a versare il sangue dei crociati», mentre altri siti citati dal Site incitano ad attaccare «le chiese» in segno di reciprocità. Rahel, altro canale Telegram vicino al Califfato, posta una foto che mostra un fucile, una bandiera nera dell'Isis e una cintura suicida con vari messaggi scritti sopra secondo lo stesso schema usato dal killer Brenton Tarrant che aveva inciso sulle proprie armi i nomi degli 'eroi' simbolo delle guerre contro i musulmani, da Poitiers a Lepanto: il re franco Carlo Martello, il doge Sebastiano Venier, l'ammiraglio veneziano Marco Antonio Bragadin scuoiato vivo dai musulmani. Tutti nomi scritti con il pennarello bianco sui due mitra imbracciati dall'uomo per la sua carneficina. «La vendetta arriverà presto», promettono ora i jihadisti, «avete aperto i cancelli dell'inferno sulla vostra isola».

A due giorni dall'attacco alle moschee di Christchurch che il suprematista Brenton Tarrant ha trasmesso grazie alla video camera 'go pro' montata sul casco, Facebook ha annunciato, attraverso la sua responsabile per la Nuova Zelanda Mia Garlick, che «nelle prime 24 ore, abbiamo rimosso 1,5 milioni di video dell'attacco in tutto il mondo, di cui oltre 1,2 milioni sono stati bloccati mentre venivano caricati».

Ma agli interventi, realizzati grazie a un mix di automatismi tecnologici e azioni umane, sono sfuggiti 300 mila video: un tasso di fallimento pari al 20 per cento del totale. Non solo. Secondo il blog statunitense TechCrunch, molti video sono stati postati su Facebook fino a 12 ore dopo l'attacco e non è ancora chiaro quante visualizzazioni, condivisioni e like ci siano stati in questa infinita moltiplicazione del terrore online i cui rischi non sono solo virtuali.

Intanto, in attesa di comparire di nuovo in tribunale il 5 aprile, è lo stesso killer a rischiare la pelle. Brenton Tarrant è nel mirino delle gang criminali locali, che minacciano ritorsioni contro di lui. «Anche noi abbiamo amici in prigione...», ha minacciosamente sussurrato al New Zealand Herald uno dei membri di una banda che ha offerto sostegno alle famiglie delle vittime. «Siccome sono venuti in Nuova Zelanda, adesso sono dei nostri. Sono la nostra gente», hanno spiegato, aggiungendo che quello che Tarrant ha fatto «è stato disgustoso, sbagliato in ogni modo possibile».

E in tutto il Paese si moltiplica la raccolta fondi per aiutare chi è rimasto a piangere i propri morti, la maggior parte sempre attraverso la rete. Le donazioni online hanno superato i 6 milioni di dollari.

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