STATI UNITI - CORRISPONDENZE
26.11.13 - 08:210
Aggiornamento : 25.11.14 - 09:04

"C’era sangue ovunque. Ho cercato di mantenere ferma la signora Kennedy, ma..."

L'intervista di Tio a Clin Hill, l'agente che saltò sulla macchina di John F. Kennedy subito dopo gli spari che uccisero il presidente degli Stati Uniti

WASHINGTON - “In questi cinquanta anni, è stato definito da molti un eroe nazionale. Io sono fiero di poterlo definire semplicemente un amico”. Franco Nuschese apre le porte del suo Cafe Milano a Clint Hill, una delle guardie del corpo più famose al mondo da quando, il 22 novembre 1962, saltò sulla macchina di John F. Kennedy subito dopo gli spari che uccisero il presidente quel pomeriggio a Dallas, in Texas. Una foto, scattata da un giornalista dell’Associated Press, ha immortalato quell’istante e ha consegnato Hill alla storia. “Quello scatto mi diede una notorietà che non avevo mai cercato. Chi fa questo lavoro deve e vuole rimanere anonimo il più possibile”, spiega durante la presentazione del suo nuovo libro “Five Days in November”, pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio di JFK.

Duecentoquarantuno pagine in cui racconta, insieme alla giornalista Lisa McCubbin, quasi minuto per minuto, i giorni che precedettero e seguirono i tre spari che strapparono alla vita uno dei presidenti più amati della storia. Attimi vissuti sempre al fianco della famiglia Kennedy, come pure i due anni della presidenza. “Credo di aver passato con loro il 90% del mio tempo. Vedevo più i loro figli che i miei, per fortuna sono riuscito a recuperare dopo essere andato in pensione”.

 

Clint Hill allora aveva 31 anni. Oggi ne ha 81. Presentandolo, Nuschese ha raccontato di esser rimasto colpito dal suo sguardo. Due occhi azzurri così vivi e profondi, segnati da una tragedia che l’ha accompagnato per tutta la vita: la morte del presidente e il senso di colpa per non essere riuscito a salvarlo. Incerto nel passo, schiena ricurva, di quel 22 novembre 1963 sono rimasti solo gli occhi. E i suoi ricordi. “Tutto il resto è cambiato dopo l’attentato - racconta - Da mezzo secolo porto nel cuore un peso che non mi ha mai abbandonato. Mentalmente, ma anche fisicamente, mi ha distrutto. Per questo ho deciso di andare in pensione prima del tempo, nel 1975”.

 

Il racconto- Hill era il bodyguard di Jackie. Lui in Texas non ci doveva andare. “Raramente la signora Kennedy accompagnava il presidente nei suoi viaggi interni agli Stati Uniti. Aveva deciso però di non lasciare solo il marito perché voleva aiutarlo a fare campagna elettorale in vista delle elezioni del 1964”. Il Texas era uno stato difficile, in molti lì non amavano il presidente, soprattutto a causa del suo impegno per i diritti civili. “In questo contesto la presenza di Jackie era decisiva: la gente l’amava. Così siamo partiti”. Formalmente il compito di Clint Hill era quello di proteggere la sola First Lady. Questo, però, non ha diminuito il suo senso di responsabilità. “Al momento degli spari io ero l’unico, per la posizione in cui mi trovavo (in piedi, sul predellino esterno della macchina che seguiva la limousine presidenziale) che avrebbe potuto salvarlo”.

 

Dell’istante preciso in cui saltò sulla macchina del presidente ricorda tutto, lucidamente. Aiutato dalla giornalista Lisa McCubbin, con cui si alterna nel racconto di quei giorni. “C’era sangue ovunque. Ho cercato di mantenere ferma la signora Kennedy che si sporgeva verso il retro della macchina, per raccogliere i frammenti del cervello del marito. Ho capito subito che era morto, ma ho gridato comunque all’autista di correre in ospedale; non potevamo lasciare nulla di intentato. Arrivati nel parcheggio del Memorial Hospital, sono sceso dalla macchina, per cercare aiuto”. Il presidente era appena stato colpito e la signora, senza dire una parola, lo stringeva, mantenendo la testa poggiata sulle sue gambe. “Io le chiesi: ‘Per favore, ci lasci aiutare il presidente’. Lei non si muoveva… e secondi preziosi passavano. ‘Per favore, signora Kennedy’. Lei mi guardò con gli occhi persi nel vuoto”. Clint aveva trascorso con lei quasi ogni giorno degli ultimi tre anni e la conosceva ormai così bene da essere in grado di interpretare le sue emozioni. “Jackie non voleva che la gente vedesse il presidente in quelle condizioni”.

Hill, allora, si tolse il cappotto e lo avvolse intorno alla testa di JFK. “Solo in quel momento lasciò andare il corpo del marito”.

 

Dopo la morte di JFK - Clint Hill continuò a lavorare come guardia del corpo di Jackie fino al 1964. Per quattro anni le restò accanto, accompagnandola ovunque. “Ero la persona che in quegli anni la conosceva meglio”. C’è voluto un po’ di tempo, come lui stesso ha ammesso, prima che si creasse un rapporto di fiducia e stima tra di loro. “All’inizio, quando mi assegnarono questo incarico - dice sorridendo - ero un po’ contrariato. Poi, tutto è cambiato”. Ai giornalisti e ai molti politici di Washington presenti a Cafe Milano - tra cui Hunter, figlio del vicepresidente Joe Biden - Hill ha mostrato le foto dei numerosi viaggi in cui accompagnò Jakie. Tra le tante quelle scattane a Mexico City, in Costa Rica, a Berlino e nel 1962 in Costiera Amalfitana, a Ravello.

Una vacanza, quest’ultima, che entrò nella storia. La first lady, infatti, era una vera e propria celebrità anche in Italia.

 

Grazie a Nuschese, la scorsa estate Clint e Lisa hanno presentato proprio a Ravello, il memoir “Mrs. Kennedy and me”, il loro primo lavoro a quattro mani elencato tra i bestseller del New York Times. A Ravello, la sorpresa speciale di Nuschese. “Ho fatto trovare loro una delle due Fiat Jolly 600 che Agnelli mise a disposizione e che Jackie e Clint utilizzarono per i loro spostamenti in Costiera”. La vettura si è conservata in discrete condizioni e Clint ha potuto montarla ancora una volta, dopo cinquant’anni. “Mi sono commosso, alla mia mente sono riaffiorati i ricordi di quei giorni indimenticabili”. Quando l’eco degli spari di Dallas non aveva ancora spento il sorriso magnetico di Jackie.

 

 

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