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ITALIA
06.12.21 - 17:000
Aggiornamento : 13.12.21 - 10:32

"Porta" chiusa e il virus non infetta: brevettato il "trucco" contro il Covid

I risultati di uno studio italiano. Basato sull'uso di aptameri, potrebbe essere il primo tassello di un nuovo farmaco.

Gli aptameri sono frammenti di dna a singolo filamento che "nascondono" il recettore ACE2, impedendo al virus l'ingresso nelle cellule umane: «Non entrano nel nucleo delle cellule e non sono in grado di interagire con il nostro dna».

MILANO - L'idea è quella di non contrattaccare il coronavirus ma di "ingannarlo", per bloccare in anticipo l'avanzamento dell'infezione. È questa, in estrema sintesi, la strategia elaborata nell'ambito di uno studio a "tre teste" condotto dall'Istituto Italiano di Tecnologia, la Scuola Superiore Sant'Anna e l'Università degli Studi di Milano.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Pharmacological Research e come scrive oggi il Corriere della Sera, che ha intervistato Angelo Reggiani, ricercatore senior in Farmacologia presso l'Istituto Italiano di Tecnologia e tra i principali autori dello studio, potrebbe costituire il primo tassello di un farmaco specifico contro il Covid-19. Il "meccanismo" brevettato si basa sull'utilizzo di un "aptamero" di dna, ossia un breve filamento oligonucleotidico, in grado di legarsi a un amminoacido particolare (chiamato K353) presente sul recettore ACE2, che come noto costituisce la porta d'ingresso per l'infezione.

«È come mettere una mascherina sulla porta che usa il virus»
L'aptamero in questione, come dimostrato dai primi test, rende di fatto invisibile la porta al coronavirus. «Alla base del nostro studio» ha spiegato Reggiani al foglio italiano, «c’è l’idea di creare uno "schermo protettivo" con cui nascondere al virus la porta di ingresso nella cellula. In questo modo, non potendo infettare la cellula bersaglio, il virus muore. Abbiamo individuato due aptameri in grado di legarsi efficacemente al recettore ACE2, "nascondendolo"». I due aptameri, ha proseguito, «sono frammenti di dna a singolo filamento che si comportano come farmaci, ma hanno un compito specifico e svolgono solo quello. È come se mettessero una mascherina sulla porta di accesso del virus». Inoltre, «non entrano nel nucleo delle cellule e non sono in grado di interagire con il nostro dna». Il grande vantaggio di una terapia di questo genere «è che l’aptamero è indipendente dalla presenza di mutazioni, quindi potrebbe funzionare con tutte le varianti».

Lo studio a tre è stato svolto riproducendo al computer la porzione del recettore che contiene l'amminoacido K353, eseguendo successivamente uno screening in vitro su milioni di aptameri. Dopo averne individuati due che si legavano bene a quella regione del recettore è stato svolto uno studio su linee cellulari. In un primo momento su un frammento della proteina Spike e, in seguito, sviluppando nelle cellule una vera infezione da SARS-CoV-2. «I risultati hanno dimostrato che l’idea di partenza è giusta». E ora? «Servono due passaggi», spiega Reggiani. «Il primo consiste nel trovare una formulazione che consenta al farmaco di arrivare là dove serve che agisca». Il secondo «è dimostrare che questa eventuale terapia non sia tossica per l’uomo. Sappiamo che gli aptameri non sono immunogenici, ovvero non scatenano una risposta immunitaria, ma non possiamo prevedere a priori se, come sostanza chimica, può dare effetti collaterali».

Ma non ci sono solamente "scogli" di natura scientifica. La ricerca infatti si scontra spesso anche con gli ostacoli finanziari, come sottolinea il ricercatore. «I costi della fase di sviluppo di un nuovo farmaco sono altissimi e noi possiamo accedere solo ai fondi di ricerca dei nostri Istituti. La speranza è trovare un’azienda o un finanziatore che creda nell’approccio che abbiamo messo a punto. Abbiamo brevettato gli aptameri anti-Covid proprio per poter dare in licenza il brevetto in esclusiva a un’azienda interessata a produrre il farmaco, una volta che saranno conclusi i trial clinici sull’uomo».

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