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I pareri all'indomani dell'accordo sul clima della COP26.
REGNO UNITO
14.11.21 - 11:300
Aggiornamento : 11:50

L'accordo sul clima? Per alcuni un «grande passo avanti», per quasi tutti una delusione

Anche chi considera più o meno fallimentare l'accordo si sforza di trovarne gli elementi positivi

GLASGOW - L'accordo raggiunto sabato sera, alla chiusura della conferenza sul clima COP26 che ha avuto luogo a Glasgow, divide profondamente l'opinione pubblica e i soggetti che hanno preso parte all'evento in Scozia.

«Grande passo in avanti» - Secondo il primo ministro britannico Boris Johnson si è trattato di «un grande passo in avanti», necessario per limitare il surriscaldamento climatico. Nello stesso tempo, ha ammesso il leader conservatore, c'è ancora «un enorme lavoro da fare nei prossimi anni». In una dichiarazione diffusa da Downing Street, Johnson afferma: «Avevamo chiesto a tutte le nazioni di unire le file alla CoP26 per il futuro del nostro pianeta, ed esse hanno risposto all'appello. Voglio ringraziare i leader, i negoziatori e gli attivisti, che hanno reso possibile un'intesa, e la gente di Glasgow, che li ha accolti a braccia aperte».

Accordo al ribasso - Che la COP26 abbia avuto un risultato inferiore alle attese è chiaro dalle parole del presidente Alok Sharma, che ha detto tra i singhiozzi di essere «profondamente dispiaciuto» per la controversa revisione sul taglio delle emissioni derivanti dal carbone. «Capisco la profonda delusione, ma è vitale che proteggiamo questo pacchetto» e i suoi punti positivi, ha aggiunto Sharma. Una posizione simile è stata manifestata dall'inviato per il clima delle Isole Marshall, Tina Stege: «Questo pacchetto non è perfetto. Il cambiamento sul carbone e un risultato debole in termini di perdite e danni sono colpi. Tuttavia, gli elementi del pacchetto di Glasgow sono un'ancora di salvezza per il mio paese. Non dobbiamo sottovalutare le vittorie cruciali coperte da questo pacchetto».

Un accordo «malconcio, contuso, ma vivo» secondo il primo ministro delle Fiji Frank Bainimarama, che ha ringraziato i negoziatori dei paesi del Pacifico per il loro «sforzo eroico». Meno ottimista il ministro dell'Ambiente delle Maldive, Aminath Shauna: «La differenza tra 1,5 e 2 gradi è una condanna a morte per noi». Più pragmatico John Kerry, l'inviato del presidente Usa Joe Biden: «Se non lo avessimo fatto non avremmo avuto un accordo».

La rivendicazione indiana - L'India ha puntato i piedi e ha ottenuto un cambiamento in extremis del testo finale, piccolo ma significativo: si è passati da «eliminazione graduale» a «riduzione graduale» del carbone. Il ministro dell'Ambiente indiano Bhupender Yadav ha affermato: «Non è compito dell'Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche. I Paesi in via di sviluppo come l'India vogliono avere la loro equa quota di carbon budget, e vogliono continuare il loro uso responsabile dei combustibili fossili». 

C'è poco da salvare anche per la direttrice esecutiva di Greenpeace International, Jennifer Morgan: l'accordo «è mite, debole e l'obiettivo di 1,5°C è a malapena vivo, ma è stato inviato un segnale che l'era del carbone sta finendo. E questo conta».

La condanna di Greta - Greta Thunberg è stata lapidaria nel condannare l'esito della COP26: «Ecco un breve riassunto: bla, bla, bla». Le stesse parole che aveva usato nelle scorse settimane per manifestare le sue aspettative in merito ai vari meeting tra attivisti e politica sui temi climatici. «Il vero lavoro continua fuori da queste sale» ha aggiunto la giovane attivista svedese, che promette: «Non ci arrenderemo mai, mai».

Ancora più duro Mohamed Adow, direttore del think tank Power Shift Africa con sede a Nairobi: «I bisogni delle persone vulnerabili del mondo sono stati sacrificati sull'altare dell'egoismo del mondo ricco. Stiamo uscendo a mani vuote ma moralmente più forti e fiduciosi di poter sostenere lo slancio nel prossimo anno per fornire un supporto significativo che consentirà alle persone vulnerabili di affrontare gli impatti irreversibili del cambiamento climatico, creato dal mondo inquinante, che non si assume la propria responsabilità».

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