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01.06.21 - 16:000

«Questo orrore si paga in vent'anni?»

La reazione del pentito Santino Di Matteo, padre del ragazzo ucciso e sciolto nell'acido, dopo la liberazione di Brusca

Giuseppe Di Matteo fu sequestrato il 23 novembre 1993. La sua prigionia durò 779 giorni, prima della sentenza di morte, pronunciata proprio dall'ex boss mafioso di San Giuseppe Jato.

ROMA / PALERMO - «Se dovessi incontrarlo per strada non so cosa potrebbe accadere». Tra le tante reazioni di sdegno alla notizia della liberazione di Giovanni Brusca, l'ex boss stragista di Cosa Nostra, non poteva mancare quella del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, a sua volta ex mafioso e padre del piccolo Giuseppe, la vittima di uno dei più efferati e crudeli delitti di quella terribile stagione.

Di Matteo, intervistato oggi dal Corriere della Sera, si è scagliato contro lo Stato, reo a suo dire di essersi «fatto fregare» dall'ex boss di San Giuseppe Jato. «Ha sciolto mio figlio nell'acido, ha strangolato una ragazza incinta, Brusca non appartiene alla razza umana», ha detto il pentito. «Riina è morto in carcere. E così doveva andare per Brusca», che conosceva la sua giovanissima vittima. «Ci giocava insieme. Eppure lo ha fatto sciogliere nell'acido. E questo orrore si paga in vent'anni?».

Un calvario lungo più di 25 mesi
Il piccolo Di Matteo fu sequestrato nel pomeriggio del 23 novembre del 1993 da un gruppo di mafiosi travestiti da agenti di polizia. «Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo lupi», avrebbe raccontato anni dopo Gaspare Spatuzza, uno degli uomini che partecipò al rapimento. Il tutto con il solo obiettivo di zittire il padre del ragazzo, che aveva iniziato a collaborare con le autorità. «Tappaci la bocca», recitava un pizzino recapitato alla madre del giovane assieme a un paio di sue foto che lo ritraevano con una copia del giornale fra le mani.

Il calvario del piccolo Di Matteo durò 779 giorni. In quei 25 mesi, il ragazzino fu spostato attraverso diversi covi, fino alla sua ultima prigione. Un casolare situato nelle campagne di San Giuseppe Jato. Lì Giuseppe trascorse gli ultimi 180 giorni della sua prigionia, prima che arrivasse la sentenza di morte per voce dello stesso boia che aveva premuto il pulsante a Capaci. Brusca, già latitante, fu condannato alla pena dell'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo. Di Matteo padre non aveva fatto quel passo indietro. E il ragazzino non serviva più, se non per vendicarsi.

A eseguire materialmente la sentenza furono in tre: Vincenzo Chiodo, Giuseppe Monticciolo ed Enzo Brusca, fratello del boss. Pochi giorni prima del suo quindicesimo compleanno, Giuseppe fu strangolato con una corda mentre in due lo tenevano fermo sul pavimento. «Mi dispiace, ma tuo padre ha fatto il cornuto», disse uno dei tre al ragazzino, come avrebbe raccontato un paio d'anni dopo in udienza lo stesso Chiodo, ripercorrendo passo dopo passo quell'agghiacciante esecuzione. Il corpo senza vita del ragazzo fu quindi spogliato e gettato in un fusto di acido nitrico. Di lui non rimase nulla.

«Notizia che addolora, ma questa è la legge»
Sulla scarcerazione di Giovanni Brusca si è espressa ieri con la stampa italiana anche la sorella del giudice Falcone, Maria. «Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata», ha fatto sapere, rimarcando l'auspicio che la magistratura le forze dell'ordine «vigilino con estrema attenzione». «Stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso», ha ricordato, evocando quegli angoli oscuri del suo percorso di "pentimento" già rilevati anche dai magistrati. «Non è più il tempo delle mezze verità».

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