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BIELORUSSIA
27.05.21 - 11:050

Lukashenko, il sovrano che comanda anche in cielo

Dopo decenni di elezioni contestate e manifestazioni, il leader bielorusso è ancora al suo posto

MINSK - Che Lukashenko fosse, da 27 anni, padrone indiscusso della Bielorussia non c’erano dubbi di sorta. Ma che la sua volontà arrivasse fino in cielo ha lasciato l’opinione pubblica internazionale sconcertata.

Lo scorso 23 maggio, infatti, Lukashenko ha ordinato personalmente, come rimarcato dall’ufficio della presidenza, al volo Ryanair 4978, diretto da Atene a Vilnius, di atterrare all’aeroporto internazionale di Minsk. Il motivo ufficiale addotto era un sospetto allarme bomba - arrivato dalla Svizzera, che però ha smentito il tutto - all'interno del velivolo. Ciò che sembra più plausibile, invece, è che sia stata la presenza sul volo di Roman Protasevich, inserito nella lista delle persone indesiderate al Governo, ad aver spinto il leader ad agire.

«Uno scandalo internazionale»

L’attivista è stato tratto in arresto in quanto colpevole di «essere coinvolto in attività terroristiche» per il ruolo avuto nelle proteste antigovernative scoppiate, in occasione della rielezione del Presidente. «Crediamo che il tempo delle dichiarazioni sia finito. È giunta l’ora delle azioni concrete», ha affermato Svetlana Tikhanovskaja, leader delle forze democratiche bielorusse, costretta a vivere a Vilnius, in Lituania, dopo essersi vista scippata la vittoria da Lukashenko lo scorso agosto.


Reuters
L'aereo è stato fatto atterrare a Minsk, dove sono stati arrestati Protasevich e compagna.

I Paesi europei, in maniera compatta, hanno espresso «una dura condanna» per il gravissimo episodio verificatosi domenica scorsa ed anche il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha condannato fermamente il dirottamento del volo Ryanair, appoggiando la proposta avanzata dall’Unione europea di varare pesanti sanzioni economiche alla Bielorussia. «E’ uno scandalo internazionale» ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, «non tolleriamo che si giochi alla roulette russa con la vita dei civili».

Al potere dal 1994

Gli occhi del mondo sono puntati sulla Bielorussia e su colui che, grazie al rafforzamento di un sistema statalista e all’utilizzo di metodi antidemocratici, governa l’ex Repubblica sovietica, da oltre 20 anni. Da quel lontano 1994 in cui, a sorpresa, ad appena 39 anni, vinse le prime elezioni libere del Paese. Nato il 30 agosto del 1954 a Kopys’, si è laureato in economia nel 1974 ed ha servito, per molti anni, l’esercito russo nelle truppe di frontiera.

Nel 1985, dopo la laurea all’Accademia Bielorussa di Agricoltura, gli venne assegnata la gestione di una sovchoz, una grande fattoria di Stato. Fece il suo esordio nel mondo della politica 5 anni dopo, venendo eletto deputato del Soviet bielorusso e fondando il partito ‘Comunisti per la Democrazia’ che si prefissava di guidare l’Unione Sovietica sulla via della democrazia ma alla luce dei principi comunisti. Nel 1994 si svolsero in Bielorussia le prime elezioni libere del paese e, a sorpresa, vista la giovane età e la scarsa esperienza politica, vinse proprio Aleksandr Grigor’evic Lukashenko, ottenendo al secondo turno, oltre l’80% dei voti e diventando quindi Presidente della Bielorussia.


Reuters
Lukashenko con la Costituzione bielorussa, nel 1996.

I principali obiettivi posti durante la campagna elettorale erano l’estromissione dal governo degli ufficiali corrotti e la stabilizzazione dell’economia bielorussa che attraversava un periodo di forte crisi. Nonostante l’adozione di qualche riforma, come il raddoppio del minimo salariale ed il controllo dei prezzi da parte dello Stato, il Paese continuava a trovarsi in una situazione di forte indebitamento e di dipendenza dalla Russia che forniva gas ed energia elettrica. La figura politica di Lukashenko non tardò comunque ad attirarsi molte critiche, sia interne che a livello internazionale, per i metodi antidemocratici con cui conduceva il proprio mandato.

Un Paese sempre più isolato

Nel 1996, 70 membri del Parlamento bielorusso firmarono una petizione per rimuovere Lukashenko con l’accusa di aver violato i dettami costituzionali. Il Presidente però, riuscì, con il supporto di alcuni mediatori russi, ad organizzare un referendum estendendo così il suo mandato da 5 a 7 anni. Tale referendum, condotto palesemente in maniera non democratica, venne fortemente stigmatizzato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea che si rifiutarono di accettarne l’esito.

Lukashenko, comunque, a dispetto delle tante critiche, mantenne il potere e, forte del sostegno parlamentare di 110 suoi fedelissimi, iniziò un politica repressiva nei confronti di tutti coloro che poteva essere considerati suoi nemici: oltre un centinaio di ufficiali dell’esercito bielorusso furono arrestati e, nel 1998, vennero espulsi gli ambasciatori di numerosi Paesi, quali Germania, Stati Uniti, Giappone e Italia, con l’accusa di cospirazione.

A livello internazionale, la Bielorussia si trovò sempre più isolata, anche a causa della sua espulsione dal Fondo Monetario Internazionale, con gravi ripercussioni a livello economico di cui vennero accusati i nemici del Governo. Alle elezioni del 2001, Lukashenko vinse con il 75,6% dei voti ma i Paesi occidentali si opposero ancora una volta all’esito della votazione non ritenuta conforme agli standard internazionale per i diritti umani.


Reuters
Putin e Lukashenko, nel 2001.

Unica voce fuori dal coro fu, ancora una volta, quella della Russia con la quale la Bielorussia aveva stretto vincoli sempre più forti, sia a livello politico che economico.

Una carriera... a non finire

Nel 2004 venne annunciato, con un discorso televisivo alla nazione, la volontà presidenziale di indire un referendum per l’abolizione dei limiti temporali al proprio
mandato, a dispetto della Costituzione bielorussa che limitava a due i mandati
presidenziali. Tale decisione venne approvata il 17 ottobre 2004 con il 79,42% dei voti a favore.

Per le elezioni del 2006, furono organizzate dal suo oppositore liberale Aljaksandr Milinkevic, una serie di manifestazioni di piazza ma Lukashenko riuscì a vincere in maniera schiacciante con l‘82,6% di voti favorevoli. Le reazioni popolari, a smentire l’esito quasi plebiscitario delle elezioni, furono contrarie alla rielezione e migliaia di persone continuarono a sfilare in strada sventolando le bandiere dell’Unione europea e quella bianca e rossa rappresentativa della Repubblica bielorussa prima dell’ascesa del contestato leader.


Reuters
Proteste contro Lukashenko, nel 2006.

Molti oppositori fecero anche ricorso alla Corte Costituzionale per brogli elettorali, ma l’appello venne respinto e Lukashenko poté continuare a tiranneggiare il proprio Paese.

Fondamentale, anche in questo caso, fu il sostegno di Vladimir Putin che, congratulandosi con lui, dichiarò che «il risultato delle elezioni dimostra la fiducia dei votanti nelle sue politiche volte ad accrescere il benessere del popolo bielorusso». A dispetto delle parole faziose dell’alleato russo, però, in Bielorussia, il benessere del popolo continuava ad essere turbato dalla palese mancanza di libertà e di democrazia.

Decenni di manifestazioni

Anche in occasione delle elezioni del 2010, molti oppositori politici ricevettero intimidazioni e durante le manifestazioni di piazza, a cui parteciparono migliaia di persone, la polizia procedette all’arresto, se non al pestaggio, di molti manifestanti. Lukaschenko venne comunque rieletto con il 79,65% dei voti e lo stesso avvenne nel 2015 con una percentuale del 83,48% di voti favorevoli. Il suo quinto mandato consecutivo. Pur passando i decenni, ad ogni elezione, lo scenario politico bielorusso è destinato a ripetersi: a dispetto della maggioranza schiacciante, il Presidente viene contestato dai suoi oppositori politici e disconosciuto dai Paesi occidentali che continuano a condannare il clima repressivo in cui queste avvengono. Il 9 agosto 2020 viene resa nota la lista dei candidati alle elezioni presidenziali che, oltre Lukaschenko, annoverano cinque esponenti politici mentre una decina sono stati rifiutati per motivi legali e procedurali.


Reuters
La protesta nel settembre del 2020.

Si scatenano nuove manifestazioni di massa che proseguono anche dopo la vittoria del Presidente con l’80% dei voti. I membri del Parlamento europeo approvano un documento in cui si dichiara di non riconoscere Lukaschenko come Presidente della Bielorussia e si disconoscono i risultati delle elezioni. A sostegno di quest’ultimo scende in campo Vladimir Putin che, fa schierare l’esercito lungo i confini occidentali e si fa riprendere davanti al Palazzo dell’Indipendenza, a Minsk, mentre imbraccia un mitra.

La repressione si fa sempre più dura e ai giornalisti viene tolta la parola e vengono licenziati e rimpiazzati da colleghi russi. Le manifestazioni si susseguono per settimane con decine di arresti tra cui quella della settantatreenne Nina Bahinskaja, che diventa simbolo della protesta.

Il ruolo dell'oppositore

Anche Roman Protasevich è tra i leader della protesta e amministratore di un gruppo dissidente, chiuso dalle autorità nel 2012, sul social network russo Vkontakte. Arrestato in più occasioni, Protasevich è stato anche espulso dalla Facoltà di Giornalismo dell’Università statale bielorussa per la sua attività politica. Successivamente ha fondato Nexta, una delle principali fonti di informazione sull’esito ‘truccato’ delle elezioni e centro di coordinamento delle manifestazioni di piazza.


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Il giovane blogger e attivista Roman Protasevich, nel 2017.

Il resto, come si dice, è ormai storia: finito nella lista nera del Kgb quale terrorista per disordini di massa, viene arrestato mentre è in volo verso Vilnius grazie all’intervento di due Mig-29 che hanno affiancato e scortato l’aereo di linea verso l’aeroporto di Minsk. Pare che a bordo ci fossero anche degli agenti segreti russi che avrebbero dato l’allarme per una presunta bomba a bordo.

Protasevich, ricomparso in televisione con il viso cosparso di ecchimosi, rischia 15 anni di carcere se non, come detto dalla Tikhanovskaya “la pena di morte” per aver osato sognare una Bielorussia democratica sfidando ‘l’ultimo dittatore d’Europa’.

Commenti
 
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Tato50 11 mesi fa su tio
Più che dal cielo dovrebbero mandarlo all'inferno ;-((
seo56 11 mesi fa su tio
Meglio che 🤐🤐🤐🤐🤐
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