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MYANMAR
01.02.21 - 16:490
Aggiornamento : 17:26

Aung San Suu Kyi: una scommessa persa?

Dopo il colpo di Stato odierno, la parabola della 'Signora' non sembra destinata al lieto fine.

NAYPYIDAW - Per vent'anni Aung San Suu Kyi è stata vista da alcuni come una sorta di santa che ha sacrificato la sua vita per amore della Birmania, il suo Paese. Quando è finalmente andata al potere, è stata però timida verso i militari, silente al limite della complicità in particolare sui loro crimini contro i Rohingya. Se era un piano per mantenere buoni rapporti con i generali, tuttavia, non ha funzionato: dieci anni dopo essere stata rimessa in libertà, Aung San Suu Kyi è ora di nuovo prigioniera dell'esercito.

Al momento, la parabola della 'Signora' non sembra destinata al lieto fine. Troppo rosee le aspettative sull'onda dell'investitura popolare, troppo severi i giudizi su quanto abbia effettivamente cambiato il Paese, in un sistema di potere in cui lei ha l'amore della gente, ma le armi e le risorse finanziarie sono nelle mani dei suoi rivali. Ma ormai, a 75 anni e senza aver coltivato un successore, è lecito chiedersi se Aung San Suu Kyi - anche quando sarà rilasciata - sia ormai stata definitivamente ingabbiata da un esercito che intende continuare a gestire il potere.

Non era questo il futuro che avevano in mente le centinaia di migliaia di birmani che l'ascoltarono euforici in un comizio a Rangoon nel 1988, nel pieno di manifestazioni pro-democrazia poi represse nel sangue. Lei, dopo una vita adulta nel Regno Unito, era appena tornata in patria per assistere la madre malata. Sembrava il suo destino: figlia dell'eroe dell'indipendenza Aung San, assassinato quando lei aveva solo due anni, Aung San Suu Kyi era il volto perfetto per liberare la Birmania da un regime che la soffocava da un quarto di secolo.

Il suo impegno per la democrazia le costò un totale di quindici anni di detenzione, in maggior parte trascorsi ai domiciliari nella sua villa a Rangoon. Scelse il Paese al posto del marito, morto di cancro mentre lei era agli arresti, e a due figli adolescenti che ritirarono per lei il premio Nobel per la Pace nel 1991 e che da allora - specie il primogenito, con cui non ha più rapporti - sono emotivamente segnati. Il contrasto tra una donna giovane ed erudita che si sacrifica per la causa della democrazia e i torvi generali che tenevano il Paese in povertà tenne alta la questione birmana nella comunità internazionale. Tra il 2010 e il 2011, cambiò tutto molto in fretta: i generali imbastirono una transizione verso la democrazia, Aung San Suu Kyi e centinaia di altri prigionieri politici furono liberati, tornò la libertà di espressione. Si parlò di "primavera birmana", culminata nel trionfo elettorale di Ang San Suu Kyi nel 2015, con lei a capo del governo e scene di giubilo davanti a "mamma Suu" che coronava il sogno di un popolo.

Ma condividere il potere con un esercito che mantiene enormi interessi economici, e non intende farsi controllare dal governo civile, ha offuscato la stella di Aung San Suu Kyi. In patria, dove rimane estremamente popolare, ha ridotto gli spazi per la libertà di espressione, e le minoranze etniche non credono più alla sua sincerità nel processo di pace. All'estero, la sua reputazione è ormai infangata dopo la sua prolungata difesa di un esercito che ha cacciato 700mila Rohingya dal Paese dopo orrendi crimini, tanto che numerose onorificenze le sono state ritirate. Lei non è mai riuscita a comunicare la sua visione. Ha sempre detto che la democrazia va costruita passo dopo passo, con un paziente lavoro di negoziato dietro le quinte. Ma ora che l'esercito ha ripristinato la dittatura, chissà quanti passi ancora ci vorranno.

Tra i Rohingya si festeggia - E tra le centinaia di migliaia di musulmani rohingya fuggiti dalla Birmania al vicino Bangladesh nel 2017, in molti festeggiano in effetti l'arresto di Aung San Suu Kyi, capa de facto del governo al momento della presunta pulizia etnica e accusata di essere rimasta inerte, se non complice, di fronte alla brutale repressione militare nei confronti della minoranza del Rakhine, che secondo l'Onu potrebbe configurare un genocidio.

La notizia si è diffusa rapidamente nel campo dove ora si trovano circa un milione di rifugiati rohingya. «È la causa delle nostre sofferenze. Perché non dovremmo festeggiare?», ha detto il leader della comunità, Farid Ullah, all'Afp da Kutupalong, il più grande campo profughi del mondo. Mohammad Yusuf, un leader del vicino campo di Balukhali, ha dichiarato: «Lei era la nostra ultima speranza, ma ha ignorato la nostra situazione e sostenuto il genocidio dei rohingya».

Alcuni di loro hanno pregato per aver ottenuto «giustizia», ha detto anche Mirza Ghalib, un rifugiato nel campo di Nayapara. «Se le autorità lo avessero consentito, avremmo visto migliaia di rohingya marciare in cortei per celebrare» la notizia dell'arresto, ha aggiunto.

La comunità spera ora di poter tornare ai propri villaggi in Birmania, ha sottolineato Maung Kyaw Min, portavoce dell'influente Rohingya Student Union. «Questo governo militare avrà bisogno di sostegno internazionale. Quindi speriamo che si concentrino sulla questione dei rohingya per ridurre la pressione dall'estero», ha spiegato.

Intanto le autorità del Bangladesh hanno reso noto che stanno «monitorando» il confine di 270 km nel caso di un nuovo flusso di rifugiati Rohingya. Dacca ha diffuso un comunicato con cui chiede che «il processo democratico» venga sostenuto in Birmania e ha chiesto a Naypyidaw d'intensificare sul serio il rimpatrio dei rohingya. Nonostante un accordo tra i due Paesi su questo tema, infatti, nessun rifugiato è finora rientrato in Birmania.


 
 

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