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VATICANO
02.01.21 - 14:080
Aggiornamento : 16:03

«Maradona era un poeta, il doping annulla la dignità»

Il pontefice ricorda il campione e parla dei suoi trascorsi sportivi.

Poi il riferimento ad Alex Zanardi: «Sbalordisce la forza della vita»

CITTÀ DEL VATICANO  - Il Papa ricorda Maradona, parla del doping, confida i suoi ricordi portiere di calcio quando era bambino. Lo fa in un'intervista alla "Gazzetta dello sport" che oggi è in edicola anche con un libro ("Lo sport secondo Francesco") con le parole di Bergoglio.

«Un uomo fragile» - Maradona «in campo è stato un poeta, un grande campione che ha regalato gioia a milioni di persone, in Argentina come a Napoli. Era anche un uomo molto fragile», afferma il Pontefice.

«Ho un ricordo personale legato al campionato del mondo del 1986, quello che l'Argentina vinse proprio grazie a Maradona - prosegue il Papa Francesco -. Mi trovavo a Francoforte, era un momento di difficoltà per me, stavo studiando la lingua e raccogliendo materiale per la mia tesi. Non avevo potuto vedere la finale del Mondiale e seppi soltanto il giorno dopo del successo dell'Argentina sulla Germania, quando una ragazza giapponese scrisse sulla lavagna 'Viva l'Argentina' durante una lezione di tedesco. La ricordo, personalmente, come la vittoria della solitudine perché non avevo nessuno con il quale condividere la gioia di quella vittoria sportiva».

Su Alex Zanardi: «Quando vedo di che cosa sono capaci certi atleti, che portano impressa nel loro fisico qualche disabilità, rimango sbalordito dalla forza della vita».

«Il doping annulla la dignità» - Il Papa torna poi a condannare il doping: «Non è soltanto un imbroglio, è una scorciatoia che annulla la dignità. Il talento è un dono ricevuto ma questo non basta: tu ci devi lavorare sopra. Allenarsi, allora, sarà prendersi cura del talento, cercare di farlo maturare al massimo delle sue possibilità».

Bergoglio ricorda poi la sua infanzia di quando in Argentina andava allo stadio. «Ricordo molto bene e con piacere quando, da bambino, con la mia famiglia andavamo allo stadio, El Gasómetro. Ho memoria, in modo particolare, del campionato del 1946, quello che il mio San Lorenzo vinse. Ricordo quelle giornate passate a vedere i calciatori giocare e la felicità di noi bambini quando tornavamo a casa: la gioia, la felicità sul volto, l'adrenalina nel sangue».

La "pelota de trapo" - Infine Bergoglio parla del «pallone di stracci, la 'pelota de trapo': il cuoio costava e noi eravamo poveri, la gomma non era ancora così abituale, ma a noi bastava una palla di stracci per divertirci e fare, quasi, dei miracoli giocando nella piazzetta vicino a casa. Da piccolo mi piaceva il calcio, ma non ero tra i più bravi, anzi ero quello che in Argentina chiamano un 'pata dura', letteralmente gamba dura. Per questo mi facevano sempre giocare in porta. Ma fare il portiere è stato per me una grande scuola di vita. Il portiere deve essere pronto a rispondere a pericoli che possono arrivare da ogni parte...».

«E ho giocato anche a basket, mi piaceva il basket perché mio papà era una colonna della squadra di pallacanestro del San Lorenzo», conclude il Pontefice.

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