Keystone
MONDO
06.10.20 - 06:010
Aggiornamento : 10:21

A tu per tu con i crimini più atroci, «l'umanità ha un problema serio»

Ci siamo affacciati al macabro mondo della criminalità, con l'emozionante testimonianza di Neil Walsh

Il funzionario dell'ONU sarà presente all'evento per l'innovazione Visionary Day, previsto dal 3 al 9 ottobre

NEW YORK - Un faccia a faccia con la criminalità internazionale, e un'immersione in ciò che si prova ad avere a che fare con degli elementi tra i più terrificanti al mondo.

Tra criminalità organizzata, traffico di esseri umani, e sfruttamento di minori, abbiamo avuto l’occasione di fare due chiacchiere con Neil Walsh, il Capo della sezione Cybercrime e Anti-riciclaggio dell’Ufficio ONU su Droga e Crimine (UNODC).

Neil Walsh, lo ricordiamo, sarà un ospite di rilievo al Visionary Day, l'evento che si terrà in formato digitale dal 3 al 9 ottobre. In particolare il suo contributo è previsto domani, 7 ottobre, alle ore 9 in un live talk in diretta che si potrà seguire al seguente link.

Signor Walsh, da giovane ha vissuto l’ombra del terrorismo sulla propria pelle, questo ha plasmato le sue decisioni future?
«Sì, è vero. È stato uno dei fattori più importanti nella mia decisione. All'inizio volevo diventare un dottore, ma durante gli studi non ho ottenuti i voti sufficienti per entrare nella facoltà di medicina. Ho invece iniziato psicologia e criminologia, e questo mi ha portato a diventare un ufficiale delle forze dell'ordine, un mestiere che ho fatto per 15 anni nel Regno Unito prima di unirmi all'ONU».

Ma cos'è successo?
«Quando ero un ragazzino, avevo 11/12 anni, è scoppiata una bomba in un negozio di Belfast vicino a dove mi trovavo, un sabato mattina. Sono stato molto fortunato a non rimanere ferito, ma c'era gente in strada, a un paio di metri da me, che era morta, o gravemente ferita. Credo che quello sia stato per me il momento principale in cui ho deciso che volevo fare qualcosa della mia vita per cercare di ridurre al minimo queste minacce, e promuovere la pace».

Il suo è un lavoro impegnativo, ci sono state situazioni che l’hanno tenuta sveglio la notte?
«Quando ho iniziato con le forze dell'ordine avevo 21 anni, ed era il 2000. Nel 2001, come sappiamo tutti, c'è stato l'attentato dell'11 settembre. Da lì in poi ho passato diversi anni a lavorare nell'antiterrorismo, dove ho spesso dovuto prendere decisioni importanti, basate su informazioni molto limitate, e una scelta sbagliata poteva portare delle persone a essere prese di mira o a rimanere vittime del terrorismo. Questo peso mi ha letteralmente tenuto sveglio la notte per anni: sono state veramente poche le notti in quel periodo di 3-4 anni in cui non ho avuto dei brividi, pensando a un pericolo, un attacco imminente. Credo che ciò che abbia contribuito all'irregolarità dei miei orari: dormo ancor'oggi solo tra le 3 e le 4 ore e mezza al massimo. Comunque, il desiderio di fare la differenza, di essere presente per il mio staff, non è cambiato».

Qual è la missione principale della sua posizione all'ONU?
«Il ruolo delle Nazioni Unite è diplomatico, non siamo coinvolti direttamente con le forze dell'ordine o nelle indagini, ma ciò di cui si occupa il mio staff è di aiutare i poliziotti, i procuratori e i giudici a migliorare la capacità d'indagare i crimini informatici, il riciclaggio di denaro sporco e il finanziamento del terrorismo, il tutto per contribuire a rendere la società più sicura. A un livello più alto, vogliamo costruire fiducia e prevedibilità tra gli Stati. In modo che i paesi possano prevedere cosa possono o non possono fare l'uno all'altro nel cyberspazio, quali sono le loro tecniche e, in ultima analisi, vogliamo sviluppare la capacità di de-escalare il rischio tra paesi, se c'è». 

Qual è stato il crimine/caso che le è rimasto più impresso, negativamente, nella sua carriera? 
«Penso che i crimini che mi sono rimasti più impressi sono i primi casi di traffico di esseri umani a cui ho lavorato. Nel 2004, tre ragazze adolescenti sono state vittime di "human trafficking" dai Balcani al Regno Unito. Per farla breve: dopo essere state scoperte sono state rispedite a casa, ma la storia non è finita bene. Una di loro è stata di nuovo reinserita nella tratta di esseri umani, una è stata uccisa dalla propria famiglia, imbarazzata da quello che le è successo, e una di loro ha contratto l'HIV ed è morta poco dopo. Per me la faccenda è stata come una sveglia, un campanello d'allarme sull'impatto enorme del crimine, non nell'immediato, ma a lungo termine sulle vittime».

Ha avuto a che fare anche con la piaga della pornografia minorile, come si fa a gestire la continua immersione in queste immagini e video di crimini forti, emotivamente?
«Mi ritengo fortunato a non essere più coinvolto in queste indagini. Non dimenticherò mai la prima volta che ho visto un minore venir violentato online. Mentre dico queste parole riesco a vedere i loro volti, riesco a vedere il padre e lo zio, che erano i maltrattatori, e mi fa ancora venire i brividi. Non dimenticherò mai lo sguardo colmo d'orrore, di confusione della vittima...Personalmente ho in qualche modo imparato a compartimentalizzare le cose, ho suddiviso la mia mente in aree differenti, era una delle tecniche e dei metodi che la psicologa che incontravo regolarmente, perché al lavoro dovevano assicurarsi che io stessi bene, mi ha insegnato. Perché le cose che vedi sono orribili, ma alcune di queste sono depravate oltre ogni possibile immaginazione, e il dolore che gli esseri umani sono capaci di fare, anche alle persone più vulnerabili, ti rimane dentro, è impossibile dimenticare».

Quanto è ampio questo problema?
«La portata del problema è enorme, in ogni paese, e i rischi sono significativi, sia per i più adulti, di 17/18 anni, molti dei quali (50%) generano loro stessi il materiale (fotografandosi, o filmandosi, e condividendolo), fino ai più giovani, i più vulnerabili, che subiscono abusi, spesso su delle chatroom live, a pagamento. Nonostante non sappiamo con precisione quanto sia grande il problema, abbiamo un'idea. Ad esempio, una ricerca recente dell'Interpol ha rivelato che nel maggio 2020 ci sono stati su una singola rete 4 milioni e mezzo di immagini o video di bambini vittime di abusi. 4,5 milioni e mezzo. Di video unici. In un mese. Durante il lockdown abbiamo inoltre visto crescere in modo significativo il numero di forum, siti e chatroom nel darknet coinvolti nella pedopornografia. Una fondazione britannica che si occupa di problemi di questo genere, e che aiuta a rimuovere tali materiali da internet, ha dichiarato che il traffico è cresciuto del 400% negli ultimi mesi, e che rimuovono un'immagine, o un video, di un abuso su minore, ogni 5-10 secondi».

Purtroppo se ne parla ancora troppo poco?
«Noi, come razza umana, non stiamo affrontando questo problema: è ancora un tabù di cui la gente ha paura di parlare, e quando non ne parliamo, non pensiamo che questo sia un grosso problema della società. Se la gente capisse davvero i numeri con cui abbiamo a che fare, le centinaia di migliaia di bambini che subiscono abusi ogni giorno nel mondo, agirebbe diversamente, chiederebbe alle aziende tecnologiche, a quelle della sfera privata, ai governi, ai social media, di fare di più, ma fino a quando non ce ne rendiamo conto, non cambierà nulla».

È vero che sostiene che le criptovalute favoriscano la pedofilia, grazie a un anonimato sempre più totale?
«Sì, beh, le criptovalute hanno lati sia positivi che negativi, come qualsiasi altra valuta. Il pericolo è che se combini le criptovalute con l'accesso al darknet, allora la capacità di identificare un criminale, e capire anche dove si trova geograficamente nel mondo, diventa incredibilmente difficile. Questo, comunque, è quando la tecnologia viene usata per fare del male, con intenti criminali. Ma ci sono anche dei pro: la crescita della tecnologia ci ha permesso di riconoscere i bambini vittime di abusi molto più velocemente, aumentando l'arsenale dei nostri investigatori. A mio parere c'è un gap tra ciò di cui gli Stati discutono, in termini di cosa criminalizzare, e la realtà. Sento i diplomatici parlare di ricerche pubblicate 10 anni fa, come se fosse ora. Questa è la vera difficoltà: se la politica non è a conoscenza dei pericoli del momento, allora gran parte della conversazione perde di rilevanza. Il mio grande appello agli Stati, ai politici, agli esseri umani che siedono dietro il ruolo diplomatico è: cominciamo a parlare di quello che sta succedendo nella nostra vita in questo momento, di come recuperare dalla crisi Covid, di come il crimine è cambiato e di cosa si può fare, insieme, per combatterlo».

In tutto questo sta anche combattendo contro il cancro, in modo tra l’altro molto aperto.
«Sì, mi è stato diagnosticato il cancro per la prima volta nel 2006, avevo 26 anni, e mi è stato detto che probabilmente ne sarei morto. Per mia fortuna, non è successo. Mi sono serviti numerosi anni per recuperare dal trattamento, sono stato molto male, e la malattia ha avuto un impatto importante sul mio matrimonio, sulla mia famiglia. Poi mi è stato diagnosticato di nuovo, nel 2018, e in seguito ho avuto diverse emorragie cerebrali, che hanno lasciato il segno nei movimenti del mio volto, nei rumori che sento...Ma questo non mi fa arrabbiare, ogni volta nella vita tiriamo i dadi, e finora ho avuto la fortuna di tornare. Altre persone, tutti i giorni, non hanno le opportunità che ho avuto io, sono stato molto fortunato a crescere con la mia famiglia, a vivere un'infanzia sicura (nonostante l'episodio della bomba), studiare, incontrare mia moglie, lavorare e vedere il mondo. Ciò mi ha dato la prospettiva che ci sono moltissime persone che hanno tante difficoltà nella loro vita».

Dove prende la forza in questa battaglia?
«Vorrei parlare di una cosa che mi è successa oggi: tornando a casa, ho ricevuto una chiamata, e un uomo in un tedesco appena comprensibile mi ha detto di aver trovato il mio portafoglio. Si trattava di un rifugiato siriano, e poteva prendersi i soldi che c'erano dentro, le carte di credito, poteva fare qualsiasi cosa, ma invece ha deciso rintracciarmi, nonostante quello che sta passando, quello che è successo a lui e alla sua famiglia in Siria. Quindi non ho niente di cui lamentarmi, mi è capitato di essere malato, forse sopravvivo, forse no, e ogni volta che devo sottopormi a un intervento registro dei video per mia moglie e per i miei figli per dire addio. Qualcuno potrebbe trovarlo deprimente, ma non lo è. Perché in qualche modo ti rafforza, ti fa preparare a ciò che potrebbe accadere, e nessuno al mondo può sapere cosa succederà, in futuro. Avere l'opportunità di pianificare le cose, nel modo giusto, in caso non ce la facessi, mi rende più fortunato di qualsiasi altra persona sulla terra: non affronterò mai, nonostante i problemi di salute, le sfide che molte persone nel mondo affrontano, e soffrono. Ho un lavoro, un'ottima paga, delle opportunità. Le persone si ammalano, e a me è successo di essere una di loro, ma questo non mi fermerà».

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Maurizio Roggero 1 mese fa su fb
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